30 dicembre 2014

Il fossato del Pantheon

Il Pantheon di notte
Il Pantheon di notte
Oggi "Roma Leggendaria" fa una piccola sosta a Piazza della Rotonda, dove troneggia quell'incredibile meraviglia di Roma e del mondo che è il Pantheon (vedi foto).
Tanto si potrebbe dire di questo monumento da un punto di vista architettonico, storico e religioso, ma se siete qui è certamente perchè non vi aspettate di leggere ciò che, per quanto estramamente interessante, potete trovate in una buona guida turistica. Per questo oggi comincerò con una piccolissima frazione degli argomenti possibili che di solito è trascurata e che riguarda semplicemente il fossato che corre intorno al Pantheon. Ovviamente rimangono ancora molte le cose da dire da questo luogo, per cui prometto di ritornare qui più volte in futuro con altri post.

Posizionandosi presso il piccolo fossato e vicino al colonnato viene ovviamente lo stimolo a guardare in alto: dominano le gigantesche antiche colonne egiziane di granito, che si dice che il pittore Poussin, innamorato di Roma, correva ad abbracciare quando tornava dopo essere stato costretto ad allontanarsi per qualche giorno dalla città.
Eppure in questo luogo così suggestivo cominceremo invece a guardare verso il basso, sul fossato (vedi foto).

Un tratto del fossato del Pantheon
Un tratto del fossato del Pantheon
Perchè il fossato? La particolarità sta nel fatto che, a livello altimetrico, qui ci troviamo nel luogo più basso di Roma (circa 11 metri sopra il livello del mare). Questo fatto nei secoli scorsi ha avuto una conseguenza importante: le alluvioni periodiche del Tevere (di cui abbiamo parlato in dettaglio qui) portavano in questa zona i più cospicui allagamenti; ad esempio, sulla facciata della chiesa della Minerva, a pochi passi da qui, quella dove sta il famoso "Pulcin" di cui abbiamo già parlato, troviamo parecchie targhe (vedi foto) sul livello raggiunto dall'acqua nei secoli scorsi (una targa sta a circa 4 metri di altezza!). Ma ecco una cosa interessante: l'acqua del Tevere in molti casi, e sopratutto in questo luogo, non semplicemente strabordava dal fiume riversandosi sulle strade, ma affluiva dal sottosuolo. Come mai? La risposta è un altro piccolo segreto di Roma.

Targhe del livello delle alluvioni
Targhe del livello delle alluvioni
Dovete sapere che a Roma antica, circa 2000 anni fa, esisteva una rete fognaria ben distribuita e ramificata, il cui 'viadotto' principale, la Cloaca Maxima, è ancora visibile nel suo sbocco finale sul Tevere presso ponte Palatino (vedi foto). Ovviamente nei punti più grandi essa è stata esplorata dagli archeologi. Questa rete in realtà cadde in decadenza già verso il 500 d.C., eppure sappiamo che molte labirintiche e piccole ramificazioni sono state utilizzate fin nel Medioevo, e anche se non sappiamo di preciso dove, sappiamo che esistono ancora oggi da qualche parte nel sottosuolo del centro storico, inutilizzate ed ignorate dal mondo moderno. Oggi il Tevere non straripa più, sia grazie alla costruzione dei muraglioni (di cui abbiamo già parlato qui), sia grazie al sistema istituito a protezione di Roma e costituito da chiuse e dighe a monte del flusso del Tevere, a nord del Lazio e in Umbria. Ma prima che questo sistema esistesse (fino alla fine del 1800), quando il livello del Tevere superava i fatidici 11 metri s.l.m., l'antica rete, per il semplice principio dei vasi comunicanti, riprendeva 'miracolosamente' a funzionare dopo millenni, ma ovviamente al contrario, allagando dal sottosuolo zone del centro storico anche relativamente distanti fra loro e dal Tevere. Ancora oggi, probabilmente, senza i muraglioni del fiume, si verificherebbe lo stesso fenomeno!

Lo sbocco della Cloaca Maxima al ponte Palatino
Lo sbocco della Cloaca Maxima al ponte Palatino
Il contenimento di piccoli allagamenti forse spiega il piccolo fossato che circonda il Pantheon, eppure una leggenda ne giustifica in modo molto più preciso l'esistenza.
La leggenda ha come protagonista un antico stregone, Pietro Baialardo, la cui figura è nota in molte leggende medioevali italiane ed è probabilmente ispirata ad un personaggio realmente esistito. La leggenda racconta che il mago aveva acquisito enormi poteri attraverso un patto con il diavolo: il demonio stesso aveva consegnato a Baialardo il "Libro del Comando" (un potente manuale di stregoneria, famoso anche oggi agli amanti di occultismo e magia nera), a patto che, al momento della morte, il mago gli avesse consegnato la propria anima. Sta di fatto che Baialardo, sentendo prossima la fine della sua vita, astutamente decise di rifugiarsi dentro il Pantheon. Il Pantheon a quel tempo era, ed è tuttora, una chiesa e un luogo consacrato dalle ossa di migliaia di martiri, deposte qui e provenienti da varie catacombe cristiane. In un luogo così sacro neppure il Diavolo aveva il potere di entrare per recuperare l'anima del moribondo mago, e quindi, adirato, si mise ad aspettare fuori. E si racconta che, per sfogare la propria rabbia, si fosse messo a girare furiosamente intorno al monumento, e tanti giri fece da scavare il fossato che ancora oggi possiamo vedere!

Certo, con questo post abbiamo solo appena 'scalfito' ciò che c'è da dire su questo luogo davvero magico, ma forse è già sufficiente per fare come Poussin, andare al Pantheon e correre ad abbracciarne le colonne!

Piazza della Rotonda è qui.

16 novembre 2014

Una curiosità dentro la Basilica di San Pietro

La tomba di Clemente XIII (Canova, 1791)
La tomba di Clemente XIII (Canova, 1791)
Dopo aver affrontato in passato l'argomento dell'obelisco di piazza San Pietro, e poi successivamente quello degli angeli nell'atrio, finalmente il nostro percorso di curiosità e leggende comincia a guardare all'interno della Basilica di San Pietro.
Quante opere d'arte ci sono dentro questa maestosa basilica, talmente tante che una volta entrati si è quasi storditi! Fortunatamente in Roma Leggendaria ho deciso di non parlare di arte, ma di quei 'dettagli' che solo parzialmente vi si incrociano e che io e i miei lettori abbiamo imparato ad amare...

Questa curiosità nella Basilica di San Pietro l'ho letta in un libro scritto dalla principessa russa Daria Borghese nel 1955, ed ha come protagonista il famoso artista Antonio Canova, il più grande scultore del Neoclassicismo.

Il leone sinistro del monumento funebre
Il leone sinistro del monumento funebre
Verso la fine del 1700 a Canova fu commissionato  un complesso scultoreo che ornasse la tomba di papa Clemente XIII (Carlo Rezzonico), morto già da circa 10 anni, da collocare in San Pietro. Il monumento sepolcrale che Canova concepì e realizzò è un vero e proprio capolavoro scultoreo (vedi foto), e si trova in fondo alla navata destra della basilica, in una zona ad accesso riservato per il sacramento della Confessione (se siete cattolici e volete vedere questa meravigliosa scultura, questo potrebbe essere un buon momento per confessarsi!).
In particolare, cosa che mi ha molto colpito, è la straordinaria bellezza dei due leoni ai lati del monumento (vedi foto di quello sinistro), simboli della forza.

Si narra che durante la realizzazione di quest'opera Canova non operasse da solo ma fosse in realtà a capo di una compagnia di artisti minori suoi collaboratori. Questo fatto in realtà non deve stupire: tranne rare eccezioni, infatti, i grandi artisti della storia dell'arte, sopratutto nella scultura, operavano 'in team'. Ma la stessa storia dell'arte ci insegna anche una regola un pò 'crudele': la gloria, e spesso anche il ricordo, rimane solo del maestro a capo di tale squadra.

Si narra che uno dei collaboratori che lavorava all'ombra della fama del grande Canova fosse assai consapevole e rammaricato di questa consuetudine, un uomo dotato di un cognome assai peculiare: "Elefante". Il dispiacere di non essere ricordato dai posteri era tale che il signor Elefante un giorno si fece coraggio e cominciò a supplicare il suo maestro di poter, se non firmare, almeno lasciare da qualche parte il segno della sua esistenza sulla pietra che si andava scolpendo.

La sagoma dell'elefante dietro il leone
La sagoma dell'elefante dietro il leone
Si dice che Canova, commosso per tale richiesta, la accolse, escogitando quindi un modo per consentire al suo aiutante di lasciare un segno distintivo. Cosa escogitò Canova lo possiamo vedere osservando il monumento funebre di Clemente XIII da una prospettiva veramente insolita, cioè spostandosi completamente dietro il leone di sinistra: ecco a voi la firma dell'artista, cioè la sagoma  dell'"Elefante"! (vedi foto).

Il sistema ha funzionato: nessun libro riesco a trovare che narri di questo "personaggio minore" della storia dell'arte...eppure questa curiosità ne perpetuerà per sempre il ricordo.

La Basilica di San Pietro è qui.

2 ottobre 2014

Il Lapis Niger

Oggi ci troviamo ad affrontare un luogo importante nel Foro Romano, forse il più importante in assoluto, che si trova vicino ad un'infrastruttura di protezione dello scavo archeologico, a pochi metri dall'arco di Settimio Severo (vedi foto) e che si chiama 'Lapis Niger'.
Questo luogo è inscindibilmente legato con la leggenda della fondazione di Roma. Ma andiamo con ordine, e facciamo il nostro solito "passo indietro".

Copertura iniziale allestita dalla RomaPont srl
Copertura iniziale del Lapis Niger (RomaPont srl)
Quando la potenza dell'Impero Romano è ormai da secoli costituita e riconosciuta, nasce l'esigenza storica di interrogarsi sulle origini della propria autorità, certamente non esclusi motivi di opportunità politica (ad esempio 'ritoccando' la storia per divinizzare la propria stirpe). In questo periodo, storici latini e greci come Tito Livio e Plutarco, indagarono sulle leggende che circolavano intorno alla fondazione di Roma e al suo primo re.
Come vedete anche qui, come altre volte è capitato, andiamo ad indagare su ciò che era leggenda già più di duemila anni fa!

La leggenda della fondazione di Roma è forse la più famosa delle leggende della città, un pò tutti conosciamo il mito di Romolo e Remo, per cui la ripercorrerò rapidamente.

Faustolo scopre Romolo e Remo (Rubens, 1615)
Faustolo scopre Romolo e Remo (Rubens, 1615)
La leggenda narra di due fratelli di stirpe reale che vissero intorno all'800 a.C. sulla città di Alba Longa (più o meno dove ora è Rocca di Papa): Numitore, il primogenito fra i due, e Amulio.
Amulio, che non vuole sottomettersi al primato del fratello maggiore, ne usurpa il trono e lo scaccia, violando così la tradizione. Non finiscono però con Numitore le preoccupazioni di Amulio; Numitore ha infatti una figlia, Rea Silvia, che rappresenta un potenziale pericolo: l'eventuale prole della donna avrebbe potuto reclamare il proprio diritto al trono. Per questo motivo Amulio ha un'idea: costringe la nipote a diventare una vestale, cioè una sacerdotessa a cui è imposto il voto di castità. Ma lo stratagemma è inutile: il dio Marte si invaghisce della donna, e dall'unione con il dio, Rea Silvia partorisce due gemelli, Romolo e Remo.

Di fatto, la leggenda fin qui ha una 'morale' strategica: fornire una storia che giustifichi, per il popolo romano di quel periodo, il diritto alla supremazia di Roma su Alba Longa, sua diretta concorrente nelle prime lotte per la supremazia nel Lazio.

I piccoli figli di Rea Silvia vengono scoperti da Amulio: il re quindi comanda di farli uccidere. Essi vengono invece abbandonati sulle sponde del Tevere, dove miracolosamente si salvano perchè allattati da una lupa. E' qui che compare per la prima volta la 'lupa', il simbolo di Roma nei secoli a venire.

La presa in custodia di due lattanti da parte di una lupa è certamente una leggenda, ma non una favola: dietro c'è il fatto abbastanza assodato che a quei tempi 'lupa' in latino fosse sinonimo di prostituta! E quindi emerge il sospetto, assai più verosimile, che un tempo lontano ci sia stata semplicemente una donna, e non un animale feroce e solitario, ad allattare due gemellini abbandonati.

La custodia della "donna-lupa" fu poi scoperta da un pastore, Faustolo, che si prese cura successivamente dei bambini (vedi dipinto di Rubens, ai Musei Capitolini). Fatti adulti, e comprendendo le loro origini, i gemelli spodestano Amulio e decidono di fondare una nuova città. Qui ci sono molte versioni, ma la più famosa racconta che Romolo, con un aratro, traccia il 'solco' sacro della futura Roma, e Remo, per disaccordo con il fratello, lo oltrepassa. La conseguente lite mortale fra i fratelli porta all'uccisione di Remo, per cui Romolo diviene di fatto il primo re di Roma.

Ma che c'entra questo luogo del Foro Romano con la leggenda della fondazione di Roma? Beh, nel corso del litigio che portò alla morte di Remo, interessò gli archeologi, fra gli altri, un passo descritto da Dionigi di Alicarnasso (Le antichità romane, vol.1, cap.78):


[...] In questa battaglia, si dice che Faustolo, l'educatore dei giovani, volendo dividere la lite fraterna, ma non riuscendovi, si cacciasse inerme tra i combattenti, per averne, come ebbela, morte immediata. E vi è chi dice che il leone marmoreo presso ai rostri, là nel luogo più cospicuo del Foro Romano, fosse posto sul cadavere di Faustolo, seppellito da chi lo aveva ritrovato, appunto ove cadde.[...]

Altri frammenti di altri autori affermano che i leoni marmorei fossero due, e che servissero per custodire un'altra tomba oltre quella di Faustolo. Ma non una tomba qualunque: si raccontava che il pavimento marmoreo nero che si trovava lì ed i due leoni, presso una scrittura "in caratteri greci", custodissero la tomba di Romolo, il primo mitologico re di Roma, nel punto cioè in cui i gemelli si scontrarono.

L'infrastruttura che circonda l'area di scavo
L'infrastruttura che circonda l'area di scavo
Già al tempo di Dionigi di Alicarnasso (I sec. d.C) tutto questo era una leggenda, sta di fatto però che per gli antichi quel "lapis niger", cioè quella pietra nera posta come pavimento, fosse considerato il luogo più sacro e 'terribile' del Foro Romano.

Potete immaginare il fermento che si ebbe nel mondo dell'archeologia quando fu scoperto il "lapis niger" nel corso di una campagna di scavi nel Foro Romano alla fine del 1800!
Il famoso pavimento nero, e ciò che vi è nascosto sotto, rappresenta una tra le avventure più intriganti della storia dell'archeologia....avventura che è ripresa negli ultimi anni e che non è ancora finita, visto che gli scavi sono ancora in corso, anche se osservabili solo dalla struttura esterna (vedi foto).

Dagli scavi finora è emerso un reperto fondamentale: una sorta di piedistallo (forse sosteneva un leone marmoreo?) con delle iscrizioni latine antichissime, simili a "caratteri greci", di tipo bustrofedico (cioè incise scrivendo da sinistra a destra e poi viceversa, come seguendo il percorso di un aratro) (vedi foto).
Se si esclude la 'fibula prenestina', una semplice spilla antica con scritto sopra qualcosa di banale tipo "sono di Numerio", beh, l'iscrizione nel Lapis Niger è l'iscrizione latina più antica che si conosca, e questo è di per sè già un indizio interessante: dove trovare l'iscrizione latina più antica se non nel luogo dove Roma stessa nacque?
Inutile dire che tradurre queste remote iscrizioni è stato per gli studiosi una vera sfida.
La frase che sono riusciti a tradurre ben si addicerebbe alla tomba del primo re di Roma. Essa più o meno recita:
"chi vìola questo luogo sia consacrato agli dèi degli inferi"

Ma lasciamo che gli archeologi facciano il loro lavoro...sperando che la maledizione non li rallenti troppo!

Il Lapis Niger è qui.

14 settembre 2014

La Passeggiata del Giappone

Il laghetto artificiale dell'EUR
Il laghetto artificiale dell'EUR
A chi vive a Roma sarà certamente capitato di passeggiare nella zona del laghetto dell'EUR (vedi foto), il verde del parco così regolare e ordinato intorno agli edifici moderni è un paesaggio rasserenante, offerto non solo ai visitatori intenzionali, ma anche a chi, magari di passaggio e di fretta, cerca di raggiungere gli uffici poco distanti.

I lettori di questo blog appassionati di botanica, e tutti coloro che hanno più tempo per gustarsi i dettagli, potranno notare una particolarità interessante in questo parco: moltissimi alberi sono della stessa specie, e che questa specie normalmente non si trova in Italia. Sono infatti tutti ciliegi da fiore, della splendida varietà giapponese. Come mai?
La posa del primo ciliegio (fonte: Istituto Luce)
La posa del primo ciliegio (fonte: Istituto Luce)
Una seconda particolarità è che il vialetto che attraversa il parco e gira tutto intorno al laghetto ha un unico nome: Passeggiata del Giappone.

Oramai avete capito: il Giappone in questo parco non è una coincidenza.

Questi ciliegi fanno parte dei 2500 donati dal Giappone all'Italia, in occasione della visita a Roma del primo ministro nipponico Nobusuke Kishi il 20 luglio 1959. Per questa occasione si inaugurò il nome del vialetto nel parco e il primo ciliegio piantato (vedi foto, fonte: archivio luce).

Per il Giappone questa varietà di ciliegi è strettamente legata alle loro tradizioni.
Coppia in costume tipico all'Hanami del 2014
Coppia in costume tipico all'Hanami del 2014
Le leggende giapponesi narrano di un sacerdote vissuto nel VII secolo e dotato di grandi capacità magiche, En-no-Ozuno (una sorta del nostro occidentale Merlino), che piantò i primi alberi di ciliegio in Giappone e che per proteggerli lanciò una maledizione contro chi avesse provato ad abbatterli.

Sta di fatto che il fiore del ciliegio, per la sua semplicità e la sua fragilità, è un simbolo di bellezza in Giappone, ed è tradizione millenaria che il periodo di fioritura dei ciliegi sia per loro la festa dell'osservazione di queste piante, una sorta di festa della bellezza, denominata 'Hanami'.

La fioritura durante l'Hanami 2014
La fioritura durante l'Hanami 2014

Fra la fine di marzo e i primi di aprile, ogni anno, consiglio ai miei lettori di vedere l'Hanami in questo parco: la comunità giapponese di Roma, con il consueto garbo che la contraddistingue, e anche i romani che lo sanno, festeggiano ogni anno l'Hanami all'ombra di queste piante con picnic e passeggiate, anche con i costumi tipici giapponesi (vedi foto).

La fioritura durante l'Hanami 2014
La fioritura durante l'Hanami 2014
I pochi giorni dell'anno in cui c'è la fioritura completa sono un interessante banco di prova per gli appassionati di fotografia, ma sopratutto sono uno splendido spettacolo della natura, che giustifica ampiamente la tradizione giapponese (vedi foto).

La passeggiata del Giappone è qui.

21 agosto 2014

Piazza dei Cavalieri di Malta

un lato di piazza dei Cavalieri di Malta
un lato di piazza dei Cavalieri di Malta
In questo nuovo post ci troviamo a piazza dei Cavalieri di Malta, sul famoso colle Aventino, uno dei famosi "sette colli" che costituivano la città antica (vedi foto).

La mia impressione è che tutto l'Aventino sia abbastanza battuto da quei turisti un pò "chic" che detestano il 'mordi e fuggi' dei monumenti e dei musei, e che tuttavia non rinunciano alle splendide suggestioni del paesaggio romano. Anche per loro, a pochi passi da qui, Roma Leggendaria ha dedicato ben due post, entrambi alla basilica di santa Sabina (la pietra del diavolo e l'arancio di san Domenico).

La vista dal buco della serratura
La vista dal buco della serratura
In questa piazza troverete certamente i sopracitati turisti, pazientemente in fila, che attendono il loro turno per poter sbirciare dal buco della serratura di un grande portone. Per chi non lo sapesse, essi non hanno avvistato qualche vip nè sono stati contagiati da qualche stranissima sindrome da voyeur! La realtà è che, per tradizione, la villa dei "Cavalieri di Malta", al di là del portone, mantiene un "giardino prospettico" volutamente allineato con la visuale dalla serratura e che incornicia perfettamente la cupola di San Pietro (vedi foto).

Particolari nella chiesa all'interno della Villa
Particolari nella chiesa all'interno della Villa
Ma chi sono questi "cavalieri di Malta" a cui è dedicata la piazza e la villa al di là del portone? Beh, tutti gli amanti del mistero sapranno certamente rispondere a questa domanda: essi sono i componenti di un ordine religioso cavalleresco istituito nel Medioevo, in parte eredi del famoso (e soppresso) ordine dei cavalieri templari (...i custodi del mitico Graal!).

I componenti di questo ordine esistono ancora oggi, costituiscono una sorta di club molto molto esclusivo, legato a filo diretto con il Vaticano, i cui regolamenti (e privilegi) sono vecchi di molti secoli. La stessa villa che si trova oltre questo citato portone gode di extra-territorialità, per cui questo è l'unico luogo al mondo in cui, da quel piccolo buco nella serratura, vediamo ben tre stati: quello dell'ordine dei Cavalieri di Malta (presso il giardino), quello del vaticano (la cupola di san Pietro), e quello italiano (lo spazio fra i giardini e la cupola).


Ma lasciamo perdere questo piccolo foro nel portone, e scopriamo piuttosto il vero motivo di questo post, che rappresenta il segreto di questa piazza. Esaminate le decorazioni sulle mura che, tutto intorno, la delimitano, noterete che sono abbastanza stravaganti, difatti non ne troveremo di simili in tutta Roma (tranne che nella chiesa dentro la stessa Villa, vedi foto). Queste decorazioni sono, insieme alla citata chiesa, le uniche opere architettoniche di Piranesi, che invece è famoso per le numerosissime incisioni che ha prodotto di paesaggi romani.

L'ancora in una delle decorazioni sui muri
L'ancora in una delle decorazioni sui muri
Apparentemente quelle su questi muri sono solo decorazioni fantastiche, che richiamano armi e simboli dell'ordine e della romanità classica, eppure un 'tema' ricorrente lo potete trovare...se guardate bene.

Il segreto delle decorazioni è il tema della nave: questa compare ripetutamente, con remi, cannoni, ancore (vedi foto), fin proprio ad essere scolpita interamente sopra il portone dell'ingresso alla villa (vedi foto)!

Si racconta infatti che Piranesi fosse un massone, e che i simboli usati nelle decorazioni, cari alla massoneria,
La nave sopra il portone di ingresso alla Villa
La nave sopra il portone di ingresso alla Villa
alludessero al tema della "nave dell'Aventino", che nel giorno del giudizio universale (vedasi le trombe del giudizio, nella foto) si dovrebbe staccare dalla terraferma e navigare verso la Terrasanta.

Le trombe del giudizio
Le trombe del giudizio
La leggenda spiega infatti che l'intero colle Aventino, sul lato verso il Tevere, sia per questo motivo levigato a forma di prua di nave. Non solo: simbolicamente, questo portone ne rappresenta il metaforico accesso, il maestoso albero all'interno della villa l'albero maestro, e le siepi che ne decorano il giardino come le corde e le sartie arrotolate sul ponte.

E così, come vi avevo promesso in un altro post, abbiamo individuato la seconda nave nascosta dentro Roma...questa città è davvero un porto di mare!

Piazza dei Cavalieri di Malta è qui.

21 maggio 2014

I buchi di Via Rasella

Retata dopo l'attentato (archivio federale tedesco)
Retata dopo l'attentato (archivio federale tedesco)
Con il post di oggi Roma Leggendaria sospende provvisoriamente la spensieratezza dei post precedenti per entrare nel vivo di un luogo che non può essere abbassato semplicemente al rango di "curiosità" della nostra città, ma piuttosto ne rappresenta una vera e propria ferita, per molti versi ancora aperta.

La meta di oggi è via Rasella, all'incrocio con via del Boccaccio, poco distante da piazza Barberini. La storia del famoso "attentato di via Rasella", avvenuto nel contesto storico della seconda guerra mondiale, è noto a molti di noi dai libri, eppure molti dei più giovani, come me, conoscevano i fatti in modo piuttosto frammentario. Cercherò allora brevemente di ripercorrere quello che accadde qui il 23 marzo 1944, rimandando i dettagli e le opinioni ad altri contesti più opportuni.

Facciata del palazzo, oggi
Facciata del palazzo, oggi
Siamo alla fine del 1943. Già da alcuni mesi Roma è nelle mani delle autorità militari tedesche, ed è un sanguinario teatro di guerra: la città aveva, per posizione geografica, ruolo politico e prestigio un'importanza fondamentale a livello strategico, per i tedeschi come per gli alleati.
Da pochi mesi sono iniziati i bombardamenti alleati, e i sentimenti antinazisti serpeggiavano fra i cittadini, affiancati tuttavia anche dalla fedeltà di altri alla preesistente dittatura.

Lo sbarco degli americani nella spiaggia laziale di Anzio, che avviene a gennaio 1944, aggrava la tensione dell'occupazione militare tedesca: Kappler, ufficiale della Gestapo, si occupa di mantenere l'ordine nella città, accentuando il clima di terrore iniziato già con l'occupazione dopo l'8 settembre, operando frequenti rastrellamenti, incarcerando e torturando i sospettati presso il palazzo di via Tasso, divenuto carcere (oggi museo della Liberazione) ed eseguendo decine di fucilazioni.

Particolare dei buchi nella facciata
Particolare dei buchi nella facciata
E' in questo contesto drammatico che nella città ha luogo, il 23 marzo 1944, qui a via Rasella, un attacco contro un reparto delle truppe militari di occupazione. Il gruppo partigiano denominato "Gruppo di azione patriottica" fa scoppiare una bomba al passaggio del reparto in questo punto, attaccando poi successivamente con bombe a mano e pistole i militari. L'attentato ha un effetto dirompente, complice anche la reazione a catena scatenata dal materiale esplosivo presente nel reparto colpito. Perirono nell'attentato 33 militari. Il mitra del fuoco di copertura successivo all'attentato e la sparatoria che ne seguì aggravarono ulteriormente il numero dei caduti, con la morte di due civili.

La rappresaglia tedesca non si fece attendere: da Hitler fu emanato l'ordine di deportare diecimila persone e di far saltare in aria il centro di Roma. Solo dopo una lunga trattativa con i comandi tedeschi a Roma - che facevano notare che per fare un'azione simile si sarebbe dovuto sguarnire il fronte di Anzio e Cassino - fu deciso di uccidere prima 50 italiani per ogni nazista ucciso, e infine 10.
Qui voglio sottolineare una cosa: l'orrore della guerra è tale che questo assurdo "conteggio", definito "rappresaglia" appunto, non era da considerarsi come una sorta di reazione "emotiva" ed improvvisata, ma un vero e proprio rituale bellico con delle regole e dei tempi di esecuzione ben disciplinati.

Buchi nella facciata
Buchi nella facciata
E' stato accertato storicamente che la rappresaglia operata dalle autorità tedesche non osservò tali regole, per le tempistiche di esecuzione (meno di 24 ore), per la mancata pubblicazione dell'attivazione di tale modalità (quasi segreta), per la scelta delle vittime (anche alti ufficiali) e per loro numero (superiore di 15 unità ai 320 "richiesti").
E' per questo motivo che l'orribile eccidio eseguito dei 335 italiani, presso le famose "Fosse Ardeatine", è stato giudicato dai tribunali dopo la fine della guerra non come un'azione bellica, ma come un vero e proprio crimine.

In tutto questo assurdo scenario, alzate lo sguardo sul palazzo qui di fronte. Non c'è una targa, nulla che abbia il coraggio di parlare, ma solo la testimonianza degli impressionanti buchi causati dal fuoco di copertura dei mitra tedeschi seguiti subito dopo l'attentato (foto di Enrico Imperiali).

Sono buchi enormi e spaventosi, raccontano l'orrore della guerra e viene da scostare lo sguardo altrove. Credo però che sia istruttivo guardarli, almeno per un pò, prima di allontanarsi, col cuore e con la mente.

Via Rasella è qui.

13 aprile 2014

Piazza di sant'Andrea della Valle

Piazza sant'Andrea della Valle
Piazza sant'Andrea della Valle
Oggi ci troviamo di fronte alla chiesa di sant'Andrea della Valle (vedi foto), sulla piazza omonima, attraversata da Corso Vittorio Emanuele II, come al solito a caccia di curiosità e di leggende romane.

La chiesa è imponente eppure quest'imponenza da fuori sfugge all'occhio, infatti la viabilità e la disposizione attuale della piazzetta penalizzano il "progetto visuale" originario. Fra le sue particolarità, la sua cupola è quella che nei panorami romani vediamo svettare più in alto (vedi foto), seconda in altezza solo alla cupola di san Pietro.

La cupola di S.Andrea della Valle in un panorama romano
La cupola di S.Andrea della Valle in un panorama romano
Da un punto di vista architettonico essa è considerata una sorta di evoluzione della cupola vaticana, e certamente servì da modello per altre cupole successive (tra cui la "fantomatica" cupola di sant'Ignazio, di cui abbiamo già parlato). Ma passiamo ad argomenti meno accademici...

Piazza di sant'Andrea della Valle è un esempio di come le leggende e le curiosità si possano sovrapporre nello stesso luogo anche se distanti fra loro nel tempo. Andiamo con ordine.

La statua di Pietro Metastasio
La statua di Pietro Metastasio
Tacito, circa 2000 anni fa, volendo citare esempi della dissolutezza di Nerone, ci racconta di giochi di battaglie navali, conviti, audacissime orge,  che trastullavano l'imperatore su una nave ornata di oro e avorio che egli aveva fatto trainare sul "lago di Agrippa", cioè su un laghetto naturale che si trovava nei pressi delle sue terme.
Beh, passarono centinaia e centinaia di anni...tutto ciò che nel settecento c'era al posto del lago era una sorta di "depressione" del terreno...sopra cui costruirono la chiesa! Ecco a voi spiegato perchè sant'Andrea "della Valle"...una valle direi tutt'altro che sacra!

Si racconta che nei primi anni del 1700, proprio su questa piazza spesso veniva un bambino di nome Pietro Trapassi, di circa 10 anni, che riusciva a stupire ed attirare a sè una folla di curiosi declamando e cantando versi che si inventava sul momento e su un argomento a richiesta. Il talento era ancor più notevole se si pensa che il bambino proveniva da una famiglia modesta, che non aveva accesso a studi letterari.
In una di queste sue performance, nella folla si trovò anche un famoso intellettuale del tempo (Gravina) che, commosso dal talento del bambino prodigio, decise di prenderlo sotto la sua protezione...in pratica una sorta di moderno "talent-scout"!

Particolare dell'"angelo puntello"
Particolare dell'"angelo puntello"
Il piccolo Pietro, crescendo, divenne nientemeno che il più famoso poeta italiano del 700, noto poi con il suo nome d'arte: Metastasio. Questo è il motivo per cui, a soli 500 metri da qui, a Piazza della Chiesa Nuova, trova posto la sua statua, a pochi metri dalla fontana della "Terrina", di cui abbiamo già parlato (vedi foto).

Ma di altre due statue dobbiamo parlare qui davanti la chiesa di sant'Andrea della Valle, per questioni abbastanza curiose.

Innanzitutto dobbiamo dire che l'architetto Rainaldi incaricò lo scultore Fancelli (o forse Ercole Ferrata) di scolpire due angeli ai lati della facciata della chiesa... Il primo angelo dei due, dopo che fu realizzato, non piacque, sopratutto per la sua posa bizzarra, con l'ala come se volesse sostenere il muro (vedi foto). Anche Pasquino prese a deriderlo, fra l'altro, con i seguenti versi:
    
    Vorrei volare al pari d'un uccello
    ma qui fui posto a fare da puntello!

La facciata con l'angelo mancante
La facciata con l'angelo mancante
Quando alle critiche del popolino si aggiunse anche la critica del Papa, lo scultore non ne potè davvero più, e si dice che rispose irriverente: "Al papa l'angelo non piace? E allora il secondo angelo...se lo facesse da solo!".
E infatti, se guardiamo la facciata, ora che lo sappiamo, è impossibile non notare questa stranissima asimmetria: manca l'angelo dal lato destro! (vedi foto).

L'ultima cosa che segnalo riguarda un'altra statua "mancante", posta qui all'inizio del 1900. Immaginatevi davanti la chiesa, proprio sotto il suddetto famoso "angelo puntello", la statua di un filosofo-abate (Nicola Spedalieri).

Tale statua aveva uno strano dito indice "sospeso" in avanti (vedi foto). Stavolta, i romani concentrarono i loro sberleffi associando questo dito indice con la mano del femmineo angelo-puntello, che invece fa un curioso "buco" con le dita... (vedi foto). Inutile dire che gli ingredienti c'erano tutti: per il popolo c'era un "dialogo" fra le due statue, nientemeno che... di argomento erotico! E sotto questa luce, il libro tenuto in mano dall'abate, "I diritti dell'uomo", sembrava non trattasse più di filosofia!

La statua di Nicola Spedalieri
La statua di Nicola Spedalieri
La statua, per questo e altri motivi, è stata spostata, a circa 500 metri da qui (a piazza Sforza Cesarini), in un punto nascosto ma molto più discreto e silenzioso, certamente più consono allo spirito del povero abate!

Piazza di sant'Andrea della Valle è qui.

24 marzo 2014

I cherubini di Francesco Borromini

L'atrio all'ingresso della Basilica di San Pietro
L'atrio all'ingresso della Basilica di San Pietro
E' con grande entusiasmo che mi accingo a scrivere di un argomento che troverà parecchi punti di collegamento nei post futuri, ed è la figura di un grande genio dell'architettura barocca, che risponde al nome di Francesco Borromini.
Premetto che la descrizione della genialità delle opere di questo artista la lascio agli accademici...e mi occuperò di quegli aspetti "particolari" che i lettori di Roma Leggendaria conoscono bene e che ci faranno vedere qualche particolare "con un occhio diverso".

Già abbiamo parlato di Borromini...vi ricordate il post sulla straordinaria galleria prospettica? Oggi invece ci troviamo sul portico di ingresso della Basilica di San Pietro (vedi foto), di fronte alla porta centrale, che è nota come la famosa "porta del Filarete". Quasi tutti i turisti, ansiosi di entrare nella Basilica (magari dopo una lunga fila), attraversano rapidamente questo portico...io invece vi invito a fermarvi qui un attimo, e a ritornare con la fantasia ai primi decenni del 1600.

In quegli anni la "Fabbrica di San Pietro", cioè il cantiere per la ricostruzione dell'antica Basilica nell'attuale, era ancora in corso dopo più di 100 anni di lavori ininterrotti! Considerate che la "fabbrica" della basilica era veramente colossale e avveniristica: mai basilica più grande era stata costruita, e migliaia di operai si erano avvicendati sotto la direzione di artisti del calibro di Raffaello e Michelangelo. La "fabbrica" non è mai stata estinta, anzi, è ancora oggi in funzione...anche se ora si occupa ovviamente solo del restauro e della manutenzione della chiesa.

Il timpano con il cherubino sopra la porta
Il timpano con il cherubino sopra la porta
Tale "cantiere infinito" ha ancora oggi una piccola eredità nella lingua italiana. Infatti dovete sapere che il materiale da costruzione per la Basilica, proveniente a Roma spesso da luoghi molto lontani, era esente dai dazi doganali che normalmente invece si applicavano alle altre merci.
 Per tenere conto di questo fatto, il materiale in questione era siglato "AUF", cioè "Ad Usum Fabricae" (dal latino: "per l'utilizzo nella Fabbrica", sottointeso della Basilica di San Pietro). Da tale sigla deriva l'espressione italiana "ad ufo", "ad uffa" e varianti, per dire cioè "senza pagare".

Uno dei cherubini con il fiocco
Uno dei cherubini con il fiocco
Un cantiere di tale portata certamente attirava quei giovani talenti che, dalle varie parti dell'Italia, erano in cerca di visibilità e di fortuna. Uno di questi era un ragazzo di appena 16 anni, che si era già "fatto le ossa" lavorando dall'età di nove nel cantiere del duomo di Milano: Francesco Borromini. Il ragazzo aveva studiato in profondità i rudimenti costruttivi dell'arte gotica, era probabilmente già dotato di un talento straordinario nel disegno e capace di elaborare proprie idee artistiche in modo intelligente e raffinato. D'altra parte, però, possedeva un caratteraccio: ingenuo, molto introverso, e nel contempo fiero, nervoso e spesso torvo e insoddisfatto.

Certamente giunse al cantiere della Basilica di San Pietro desideroso di gloria, perchè consapevole delle proprie capacità, e con buone speranze di carriera anche in ragione di una sua (lontana) parentela con il direttore attuale dei lavori (Carlo Maderno).
Possiamo allora immaginare la profonda frustrazione che subì quando, appena entrato nel cantiere di San Pietro, fu assegnato all'umile lavoro di scalpellino, e per giunta per delle decorazioni di angioletti su bassorilievi posti fuori dalla basilica.

Particolare della cupola di San Carlino
Particolare della cupola di San Carlino
In particolare, gli furono assegnati da scolpire delle testine di cherubini con un panno attorno al collo che scende a fiocco sul davanti e che possiamo trovare guardando qui laterale alla porta di ingresso (vedi foto), e quindi tutta una serie di testine di angeli con le ali ai lati, di cui troviamo un esempio proprio sopra la porta di ingresso centrale, nel timpano (vedi foto).

Sottomesso e cupo, tanto impegno profuse in questi cherubini e, successivamente, negli altri incarichi "minori", da comunque evidenziarsi agli addetti ai lavori. Carlo Maderno si accorse presto del suo talento tanto da farlo diventare suo assistente e a cominciare a dargli in pasto nuovi rudimenti di architettura. E così, piano piano, "emerse" il genio di Borromini (e la sua storia continuerà in altri post...).

I cherubini della cupola di Sant'Ivo alla Sapienza

Ma cosa c'è di così importante in queste testine d'angelo?
Beh, Borromini indiscutibilmente è considerato un genio dell'architettura del Barocco, le sue opere sparse per Roma sono unanimamente considerate dai critici dell'arte come straordinarie, uniche ed estremamente innovative.
Eppure spesso la genialità è legata ad un pizzico di follia... Tanto rimase impresso nel suo cupo carattere quel suo primo umilissimo incarico, che per lui quei cherubini divennero un'ossessione per tutta la vita! Infatti, in giro per tutta Roma, non esiste opera di Borromini in cui questi stessi cherubini non compaiano da qualche parte, talvolta nascosti vicino ad elementi più evidenti (vedi foto, San Carlino alle quattro fontane), talvolta ossessivamente ripetuti (vedi foto sant'Ivo alla Sapienza), e poi nei rifacimenti in san Giovanni in Laterano, nel palazzo di Propaganda Fide...

Un'insolita "firma" legata ad un aspetto molto umano del nostro amato artista, che ora sappiamo aver avuto origine qui, da questi angioletti nell'atrio della Basilica di san Pietro.

Il portico della Basilica di San Pietro è qui.

16 marzo 2014

L'asino volante di Tor di Nona

La stele a ricordo del teatro Apollo
La stele a ricordo del teatro Apollo
Dopo aver affrontato curiosità, aneddoti e leggende che si ambientano in una Roma antica di molti secoli, con questo post voglio condividere con voi una vicenda molto più recente.

La meta di cui scrivo oggi è via di Tor di Nona, un tratto di strada che corre parallelo e molto vicino al lungotevere omonimo. Questa strada, che visse antichi fasti attraverso il teatro Tordinona, poi divenuto teatro Apollo (basti pensare che ospitò alcune "prime" assolute di Giuseppe Verdi), certamente si avvantaggiava di una posizione privilegiata sul lungofiume.
Il magnifico teatro alla fine del 1800 venne però purtroppo abbattuto per la costruzione degli argini del Tevere (operazione di cui abbiamo parlato negli ultimi post), determinando così per questa zona un rapido degrado. Oggi dove risiedeva il vecchio teatro rimane solo una targa-monumento sul lungotevere (vedi foto), mentre il nuovo teatro Tordinona, poco distante da qui, anche se molto più modesto dell'antico, ne perpetua il ricordo.

Una delle pareti del murales del 1976
Una delle pareti del murales del 1976
Un altro tratto del murales del 1976
Un altro tratto del murales del 1976

Il declino di via di Tor di Nona negli anni '70 diviene insostenibile: gli edifici che si affacciavano sulla strada necessitavano di una profonda ristrutturazione, la mancanza di servizi e la colpevole assenza di tutela da parte del Comune ponevano i suoi abitanti in una situazione di concreta difficoltà, tanto da spingerli, nell'estate del 1976, ad una manifestazione di protesta. La contestazione accolse anche il sostegno degli studenti della facoltà di architettura e di una giovanissima Isabella Rossellini.

L'asino volante di via Tor di Nona, oggi
Ma la cosa interessante di questa protesta fu la modalità in cui essa si concretizzò: gli abitanti decisero di dipingere i muri della loro strada con il "mondo ideale" a cui ambivano, cioè con dei bellissimi "murales". In questi murales ai disegni dei negozi, delle persone animate da sentimenti di amicizia e di presa di coscienza, coesistevano sirene, asini volanti ed altri elementi fantastici, proprio a voler rappresentare l'"utopia", quella ricerca di una realtà migliore anche se apparentemente impossibile a raggiungersi (vedi foto).

Un tratto del murales odierno
Un tratto del murales odierno
Un altro tratto del murales, oggi

La manifestazione purtroppo non ebbe gli esiti sperati, e inoltre con gli anni questi murales andarono in buona parte perduti, per la stessa incuria per cui civilmente la gente manifestava. La riqualificazione della via si è infatti realizzata solo pochissimi anni fa, e con un solo elemento sopravvissuto dell'antico murales: un simpaticissimo "asino volante" (vedi foto), l'elemento e il simbolo più rappresentativo dell'"utopia" della protesta originale.

Un lieto fine a questa storia è avvenuto a dicembre 2013: gli originari "writers", con i loro figli, e con l'autorizzazione del Comune, hanno ridipinto, almeno in una parete della via, i murales quanto più simili possibili agli originali raffigurati da loro quasi 40 anni prima, per cui oggi almeno quelli possiamo ammirarli (vedi foto).

Termino chiedendomi se questa storia ci insegni se si può credere alla realizzazione delle utopie. Altrove non lo so, ma qui forse sì: la mia ragazza mi è vicino, e insieme guardiamo un asino che vola...

Via Tor di Nona è qui.

4 marzo 2014

Il porto di Ripetta

L'idrometro di san Rocco
L'idrometro di san Rocco
Oggi ci troviamo a largo san Rocco, davanti la chiesa omonima, cioè a pochi metri dall'idrometro per la misurazione delle alluvioni del Tevere che avevamo descritto nello scorso post (vedi foto), come al solito a caccia dei segreti di Roma.

In quell'ultimo post vi ho parlato di come la costruzione dei muraglioni del Tevere alla fine del 1800 comportò la distruzione di tutto ciò che si affacciava sul lungofiume. Fra quello che è andato perduto, una cosa particolarmente interessante e che si trovava proprio in questo luogo era un piccolo ma splendido porto costruito all'inizio del 1700, per l'approdo delle barche provenienti sopratutto dal retroterra umbro (cioè a monte del flusso del Tevere): il porto di Ripetta.

Il nome di questo porto deriva dal diminutivo del porto di Ripa Grande, un approdo difatti più grande e importante, posto più verso la foce del fiume, nella zona di Ponte Sublicio, a cui era affidato il traffico marittimo (anch'esso è andato perduto).

disegni di progetto del porto
disegni di progetto del porto
Il fatto che ci sia stato un traffico fluviale ben organizzato sul Tevere di solito stupisce il romano di oggi, abituato com'è a vedere il traffico sui lungotevere, spostato però sulla terraferma, come un'esclusiva conquista della modernità! Forse questo è anche una spia di un rapporto di vicinanza e di rispetto dei romani con il loro fiume che andrebbe recuperato...

Il porto di Ripetta, progettato dall'architetto Alessandro Specchi, aveva un prospetto a gradoni, artisticamente molto bello, proprio di fronte alla chiesa di San Rocco (vedi disegno), con una fontana al centro per dissetare persone e animali a cui erano affidati i carichi delle imbarcazioni. Materia prima della costruzione: come abbiamo già visto altrove...il travertino del Colosseo!

Possiamo trovare dov'era la posizione esatta del porto di Ripetta attraverso una sovrapposizione che ho eseguito dell'antica "mappa di Roma" di Nolli (1748) con la moderna mappa di Google Maps (ho eseguito sulla mappa antica una moderna tecnica di riproiezione geografica) (vedi foto-sequenza). La sovrapposizione consente anche di appurare la severità dell'intervento della costruzione dei muraglioni sull'originale corso del fiume.

Il nome di una delle tre vie del "tridente romano", via di Ripetta, che si diparte da Piazza del Popolo e arriva proprio qui, deriva proprio dal fatto che conduceva a questo approdo.

mappa di Nolli (1748) sovrapposta a Google Maps
mappa di Nolli (1748) sovrapposta a Google Maps
I lettori del mio blog ovviamente si staranno già chiedendo se, a parte il nome della via, oggi sia rimasta qualche altra segreta "traccia" di questo antico porto. A questa domanda la maggior parte delle guide turistiche risponderà negativamente, la costruzione del Ponte Cavour ha cancellato quel poco che ne era rimasto dopo la costruzione dei muraglioni. Eppure...

La fontana del porto di Ripetta
La fontana dei navigatori
Spostiamoci verso il Ponte Cavour, attraversando via Tomacelli. In un piccolo slargo un pò nascosto troviamo una fontana.
La maggior parte dei passanti non fa mai caso a questa fontana, ma essa è abbastanza curiosa: in secca, con due colonne ai lati, e con una sorta di lampione (spento) in cima (vedi foto).
In realtà essa è l'originale fontana dell'antico porto di Ripetta, le due colonne sono i due antichi idrometri delle alluvioni che si trovavano ai suoi lati, e la lanterna che c'è sopra era nientemeno che...l'antico faro del porto!

Una rara foto del 1878 (vedi foto) riprende il lungofiume poco prima della costruzione dei muraglioni. In essa vediamo le due colonne e la fontana con la lanterna-faro, uniche superstiti che ora, insieme a noi, custodiscono il ricordo di questo pezzo di Roma che non c'è più.

Il porto di Ripetta nel 1878
Il porto di Ripetta nel 1878

Largo san Rocco è qui.

22 febbraio 2014

La fontana della Barcaccia

Oggi ci troviamo in un altro luogo che, al pari della fontana di Trevi, è tra i più apprezzati dai turisti: piazza di Spagna (vedi foto), a caccia di un piccolo grande segreto di Roma.

Piazza di Spagna
Piazza di Spagna
Quanto è affascinante questa piazza! Forse non si può dire di aver davvero visitato Roma se non ci si è mai seduti sulla famosa scalinata di Trinità dei Monti...

Ma oggi vorrei soffermarmi a riflettere sulla famosa fontana che si trova qui, la famosa "Barcaccia" (vedi foto), opera di Pietro Bernini (il padre del famosissimo Gian Lorenzo). La presenza di questa "barca" qui ha una motivazione particolarmente curiosa, che forse molti miei lettori già conoscono, ma a cui non si dà mai, secondo me, il giusto rilievo. Cercherò di spiegarvi il tutto facendo come al solito un piccolo passo indietro.

I primi nuclei abitativi antichi di Roma, come tutti sanno, erano sui famosi "sette colli". Ma perchè gli antichi all'inizio decisero di stabilirsi sui colli e non sul terreno sottostante? Certo, dalle alture i romani potevano avvistare prima i nemici (ma non poi così tanto prima...), ma allora perchè non mettere sui colli semplicemente delle torri di avvistamento?

Seconda questione: è risaputo che quasi ovunque si scavi a Roma, dalle cantine dei palazzi storici fino agli scavi per le nuove metropolitane, troviamo resti di manufatti ed edifici antichi. E' stato così anche per tutto quello che, in secoli di scavi, è già stato portato alla luce del sole, come ad esempio il Foro Romano. Persino il maestoso Colosseo era parzialmente sotterrato! Ma perchè a Roma le antichità erano (e alcune...sono ancora) sotto terra? E perchè più si va in profondità e più antiche sono le costruzioni e i manufatti che si portano alla luce?

Tutto va come se una forza, agente a Roma, si preoccupasse periodicamente di sotterrare le cose che non erano riposte in alto (cosicchè si era più protetti sui luoghi sopraelevati, come i sette colli), e nel contempo quando tale forza svaniva la vita nei luoghi più bassi riprendeva normalmente, ma "sopra" gli oggetti sotterrati.

Ebbene, questa forza esisteva a Roma, ed esiste ancora! Il suo nome è: il Tevere.

L'idrometro a Largo S.Rocco
L'idrometro a Largo S.Rocco
Le piene di questo fiume, da millenni, hanno sempre periodicamente inondato lo spazio dove ora risiede la città, risparmiando ovviamente le alture. Le statistiche ci dicono che mediamente ogni 10-20 anni, da sempre, il Tevere è soggetto a piene straordinarie. Queste piene hanno sempre creato ingenti danni e reso Roma in vari casi molto simile a Venezia!

Sparse per Roma abbiamo notevoli "tracce" di queste enormi inondazioni antiche: ad esempio a largo San Rocco, sul muro esterno della chiesa che dà il nome alla piazza, troviamo un "idrometro", che serviva a segnalare il livello dell'acqua del fiume (vedi foto). Questo ci segnala, fra le altre cose, che l'acqua nel 1598 arrivò oltre 4 metri sopra l'attuale piano stradale!!! Numerose altre tracce di queste inondazioni sono sparse per Roma e le segnaleremo in altri post.

Al rientro della piena del fiume, i luoghi inondati spesso erano distrutti, o divenuti paludosi o semisotterrati dal fango, tanto che in molti casi si preferiva costruirci sopra piuttosto che cercare di disseppellirli. Questo è stato fino al 1875, quando si decise di creare lungo il percorso cittadino del fiume una sorta di "contenitore artificiale" di larghezza costante molto grande e con argini molto alti, tanto da poter contenere le piene: i cosiddetti "muraglioni" del Tevere (vedi foto).

Un tratto dei muraglioni del Tevere
Un tratto dei muraglioni del Tevere
Purtroppo la costruzione dei muraglioni comportò anche la distruzione di tutto quanto esisteva di storico e paesaggistico lungo le rive, e che oggi possiamo solo immaginare grazie a rare foto d'epoca o ai dipinti antichi (vedi dipinto).

Veduta del Tevere (Vanvitelli, 1685)
Veduta del Tevere (Vanvitelli, 1685)
E che c'entra in tutto ciò la fontana della Barcaccia di piazza di Spagna?
Beh, quando a Pietro Bernini fu commissionata una fontana nella piazza, egli non sapeva come ovviare al problema della pressione dell'acqua, che in quel punto era assai scarsa. La leggenda racconta che, mentre rifletteva sul grave problema tecnico, osservò una barca che, oramai parzialmente distrutta, era stata portata fino lì da un'inondazione del Tevere, e quando le acque si erano ritirate essa era rimasta "in secca" sul terreno della piazza. Questo "relitto" nella piazza ispirò nella mente dell'artista l'idea della "fontana-barca", il cui effetto scenografico, insieme alla sua posizione ribassata, necessitano di pochissima pressione dell'acqua.

Sono sicuro che, adesso che sapete questo retroscena, come me non vedrete mai più la Barcaccia nello stesso modo!

Piazza di Spagna è qui.