7 dicembre 2013

Il Pulcin della Minerva

Piazza della Minerva
Piazza della Minerva
Le nostre ricerche oggi si portano nuovamente sulla suggestiva zona che risiede intorno al Pantheon e che, come ho avuto più volte occasione di ricordare, è molto ricca di leggende e curiosità romane che hanno lasciato un segno tangibile nel presente.

La meravigliosa mole del Pantheon come al solito cattura l'attenzione dei passanti, e forse proprio per questo motivo si tende a trascurare quello che risiede nelle immediate vicinanze. Posizioniamoci infatti a pochi metri da esso, in quella piazzetta laterale che si chiama piazza della Minerva.

Oltre la facciata della chiesa di santa Maria sopra Minerva, che dà il nome alla piazzetta, fa bella mostra di sè al centro un piccolo obelisco sorretto dalla scultura di un elefantino (vedi foto), opera solitamente attribuita a Gian Lorenzo Bernini. L'altisonante e ufficiale nome che ha nella storia dell'arte questo elefantino è "Pulcin della Minerva", ed il motivo e il significato di questo nome risiede in una storia che ora mi accingo a raccontarvi.

La pagina che ispirò il Papa
La pagina che ispirò il Papa
Siamo nella seconda metà del 1600 e fu rinvenuto nei pressi della chiesa della Minerva un piccolo obelisco egizio. Quando terminò il suo restauro, si decise di erigerlo a decorare lo spazio davanti la chiesa. Il Papa di allora, Alessandro VII, pensò bene di commissionare un'opera scultorea adibita ad abbellire il futuro basamento dell'obelisco. Essendo la chiesa, e il confinante convento che dà sulla piazzetta (cioè il palazzo che ora vediamo essere la pontificia accademia ecclesiastica), officiati dai domenicani, quegli stessi frati proposero un loro progetto: l'obelisco avrebbe dovuto poggiare su sei piccoli colli con un cane in ciascuno dei quattro angoli.
Il motivo del tema del cane è dovuto al fatto che per un gioco di parole il cane era divenuto il simbolo dei domenicani: dal latino "Dominicanes" essi venivano chiamati "Domini canes", cioè "i cani del Signore", per sottolinearne la fedeltà.

Il Bernini invece decise di proporre un suo progetto, ispirandosi ad un disegno che il Papa stesso aveva visionato e apprezzato in un libro che oggi diremmo "fantasy", l'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (1499, vedi disegno), dove veniva raffigurato un obelisco sorretto da un elefante, con l'intento di simboleggiare le solide basi della mente necessarie a sorreggere la sapienza. Particolare importante però è che nel progetto del Bernini, a differenza di quanto raffigurato nel libro, lo spazio sotto la pancia dell'elefante sarebbe dovuto rimanere vuoto.

Si racconta che il progetto con l'elefante si impose sugli altri e che quindi il progetto dei domenicani fu scartato, suscitando nei frati grande scontento e astio nei confronti del Bernini. Come controprova di questo, i domenicani, diremmo oggi, "fecero ricorso" contro il progetto vincente: secondo i frati, infatti, sulla verticale dell'obelisco, cioè sotto la pancia dell'elefante, occorreva riempire lo spazio di pietra, come nel disegno del libro, altrimenti "le solide basi" che si volevano simboleggiare non sarebbero state affatto solide, e l'obelisco sarebbe franato.

La "sella" del Pulcin della Minerva
La "sella" del Pulcin della Minerva
D'altro canto Bernini per esperienza sapeva bene che il peso dell'obelisco si sarebbe scaricato lateralmente, attraverso le zampe dell'elefante, e che inoltre riempire lo spazio sotto la pancia dell'animale avrebbe reso la scultura goffa e pesante... Ma purtroppo a nulla valsero le proteste dell'artista: le argomentazioni dei domenicani prevalsero, complici anche i tradizionali principi dell'architettura del tempo, e quindi al Bernini fu imposto di riempire di pietra lo spazio sotto la pancia del pachiderma. Egli allora cercò di nascondere il "fattaccio" con una lunga "sella" scolpita sul dorso dell'animale (vedi foto), ma l'azione si rivelò inutile: come egli aveva previsto, alla fine la scultura risultò subito poco elegante e tracagnotta. Si dice allora che il Bernini, per sfregio, decise di cambiare l'orientamento della scultura così come la vediamo oggi: cioè in modo che il posteriore dell'elefante, con la coda posta di lato, fosse rivolto in un saluto "scurrile" verso il convento dei domenicani!

Ovviamente i romani, che come sappiamo hanno da sempre nel DNA uno spirito critico e burlone, quando videro quell'elefante che appariva così tozzo e tarchiato, cominciarono subito a sbeffeggiarlo. Da qui infatti il soprannome che gli affibbiarono e con cui è noto fino ad oggi:  "Pulcin della Minerva".  Già, perchè "Pulcin" è infatti una deformazione di "porcino", ovvero..."maialino"!

Piazza della Minerva è qui.

22 novembre 2013

La Madonna dei Pellegrini

Anche oggi con Roma Leggendaria aggiungeremo un nuovo elemento alla lunga lista dei luoghi speciali e nascosti di Roma.
Con il nostro caro blog ci troviamo praticamente a cento metri dalla famosissima piazza Navona, davanti alla Basilica di Sant'Agostino, nella piazza omonima, e da questo luogo vi condurrò sulle tracce di un'antica curiosità.

Facciata della Basilica di Sant'Agostino
Facciata della Basilica di Sant'Agostino
Prima di entrare nella chiesa, guardiamola un attimo da fuori (vedi foto): forse quello che è più evidente è il chiarore e la bellezza del travertino di cui è costituita la facciata...occorre sapere che il Colosseo, così imponente ma anche così grigio oggi, un tempo era tutto di questo colore, perchè anch'esso era completamente rivistito di travertino. No, non semplicemente rivestito dello stesso materiale...ma rivestito proprio di "questo" travertino della chiesa!
Infatti nel Medioevo, come vi avevo già accennato in altri post (vedi ad esempio il post su San Lorenzo fuori le Mura), non c'era un gran rispetto per le antichità romane, e il Colosseo, come anche il Foro Romano, era trattato come una mera cava per il "riciclo" del materiale da costruzione, e il travertino del Colosseo è servito, fra le molte cose, anche per la facciata della Basilica di Sant'Agostino.
Ma la curiosità di oggi non risiede nella facciata dell'edificio...entriamo nella Basilica.


La Madonna del Parto
La Madonna del Parto
Troviamo subito, appena entrati, una statua di una Madonna con un Bambino, opera di Andrea Sansovino (vedi foto). Una leggenda dice che Sansovino per fare tale statua non sia in realtà partito da zero, ma abbia "riadattato" un'antica statua che ritraeva Nerone bambino fra le braccia di sua madre Agrippina...(Ehi! Ma siamo proprio finiti nella chiesa del "riciclo artistico"?!?).
Questa statua, secondo una tradizione che dura da centinaia di anni, è la statua a cui le donne da sempre si rivolgono quando non riescono ad avere figli. Per questo motivo la statua è nota come "la Madonna del Parto" e, a giudicare dal numero dei fiocchi "ex voto" rosa e azzurri appesi accanto, sembra proprio che il sistema sia molto efficace!
Ma anche questa statua non è la curiosità di oggi.

Spostiamoci di pochi metri, su una cappella sulla navata sinistra, e troviamo la nostra meta: un suggestivo e famoso quadro di Caravaggio, la "Madonna dei Pellegrini" (detta anche "Madonna di Loreto", vedi foto).
La Madonna dei Pellegrini
La Madonna dei Pellegrini
Guardiamo bene il quadro, magari fotografiamolo anche (ma senza flash!). Questo quadro, per persone semplici come noi a digiuno di storia dell'arte, potrebbe sembrare un grazioso ma semplice dipinto, ma in realtà ha moltissime cose interessanti.

Immaginatevi la scena, siamo nel 1600 e i frati agostiniani commissionano a questo talentuoso (ma turbolento) artista un tema tutto sommato molto classico, cioè una Madonna con il santo Bambino in braccio e dei pellegrini devoti in adorazione. E cosa si inventa invece Caravaggio?

Dipinge un capolavoro che però raffigura, nella sua semplicità, una donna qualunque, scalza, vestita male, appoggiata su un solo piede e con le gambe incrociate, scesa sul portone di una casa con i muri scrostati, e che guarda due fedeli, malridotti e (persino!) con i piedi luridi in primissimo piano!

Percorso dalla Basilica (A) a vicolo del Divino Amore (B)
Percorso dalla Basilica (A) a vicolo del Divino Amore (B)
Inutile dire che il quadro è rivoluzionario per quei tempi, e per questo fece assai scalpore e fu criticatissimo dai contemporanei. Tuttavia, a differenza di altri dipinti di quest'artista, fu alla fine accettato, perchè comunque ogni particolare nella composizione trovava una sua giustificazione simbolica: il muro scrostato l'esaltazione della povertà e dell'umiltà, i piedi sporchi il lungo viaggio affrontato dai pellegrini, e così via...

Il portone di vicolo del Divino Amore
Il portone di vicolo del Divino Amore
Ma chi è la donna raffigurata in questo quadro? Qui la cosa si fa interessante. Spostiamoci con l'immaginazione al tempo di Caravaggio. Egli era venuto a Roma da circa 10 anni, e il suo incredibile talento era venuto alla luce insieme però ad un caratteraccio che gli provoca molti guai con la legge. Proprio nel periodo in cui gli viene commissionata la "Madonna dei Pellegrini", egli abita vicino alla chiesa di Sant'Agostino.
Possiamo immaginare che, richiestogli il quadro, egli cominci a riflettere su come "comporre" la scena. Si dà il caso che proprio in quel periodo Caravaggio conosca una donna, di nome Lena, che diviene la sua amante, anche se però è un amore conteso con altri uomini. Certo è che, forse proprio per render chiaro a tutti che era la sua donna, egli vuole proprio lei come modella per raffigurare la nascente "Madonna dei Pellegrini". E dove decide di raffigurare la donna amata?

Con l'immagine del quadro nella testa, usciamo dalla chiesa e dirigiamoci a circa 300 metri da qui, a Vicolo del Divino Amore n.22 (vedi mappa), il vicoletto dove abitava il nostro caro artista a quei tempi.
Le cornici nel dipinto (sopra) e nel portone (sotto)
Le cornici nel dipinto (sopra) e nel portone (sotto)

Qui troviamo, senza alcuna segnalazione e abbandonato a sè stesso, un portone con una cornice di foggia arcaica (vedi foto). E' rovinanata, ma questa cornice ha più di 400 anni...Guardatela bene...non vi ricorda qualcosa? (vedi foto-confronto)

Ma certo! Caravaggio decide di ritrarre la donna "contesa" nel posto più ovvio, quello che riteneva più "appropriato", cioè semplicemente...l'ingresso di casa sua!

La Basilica di Sant'Agostino è qui.

10 novembre 2013

La cannonata di mezzogiorno

Il belvedere del Gianicolo a Piazzale Garibaldi
Il belvedere del Gianicolo a Piazzale Garibaldi
E' risaputo che oggi la nostra vita è molto più frenetica di un tempo, per cui ritardare, o subire un ritardo, anche solo di mezz'ora, ci può procurare un notevole stress. E' così anche quanto richiesto dal post di oggi: occorre trovarsi a piazzale Giuseppe Garibaldi, almeno 15 minuti prima di mezzogiorno.

Questo è uno dei belvedere più famosi di Roma, quello dal Gianicolo (vedi foto), forse il più noto ai romani. Ma perchè è importante stare qui poco prima delle 12?

Facciamo un passo indietro nel tempo; pensiamo, ad esempio, all'epoca di Dante Alighieri; a quel tempo un "ritardo di mezz'ora" non ci avrebbe procurato alcuno stress, per un semplice motivo: non era per nulla facile misurare con precisione tale intervallo orario! Infatti i primi orologi meccanici sui campanili delle chiese hanno cominciato a esserci dal sec.XIV in poi, e comunque erano macchine enormi e costosissime. Alternative all'orologio da polso certamente sono sempre esistite...ma non vorrete davvero credere che la gente girasse con la clessidra o la meridiana nel taschino?!?

Eppure è evidente che sin dall'antichità, per ovvie ragioni pratiche, era indispensabile suddividere e misurare la giornata in varie frazioni. Queste frazioni di giornata si chiamavano "ore", ma non necessariamente duravano i nostri 60 minuti! In Europa inoltre vi erano standard diversi, che potevano variare persino a seconda della stagione!

L'orologio della torre del palazzo del Quirinale
L'orologio della torre del palazzo del Quirinale
In merito alla misura delle ore la Chiesa ha avuto un ruolo determinante nel definire lo "standard" italiano, che era assai curioso: la giornata era sì suddivisa in 2 frazioni da 12 ore, ma il punto di riferimento della giornata non era nè mezzogiorno nè la mezzanotte! La prima ora della giornata infatti era annunciata dalle campane delle chiese nel momento del "canto dell'Ave Maria", cioè subito dopo il tramonto del sole. Da quel momento quindi, partivano le lancette nei quadranti degli orologi dei campanili...che però erano quadranti a 6 ore! In giro per Roma e per l'Italia è ancora possibile trovare qualcuno di questi quadranti, cosiddetti ad "ora romana" (vedi foto, sulla torretta del palazzo del Quirinale).

E perchè mai cominciare dal tramonto a suonare le campane per annunciare l'inizio del conteggio delle ore? Beh, questo sistema era molto pratico, in quanto a prescindere dall'ora effettiva del "nostro" orologio, prima dell'avvento dell'illuminazione elettrica era difficilissimo lavorare dopo il tramonto...quindi il "segnale orario" sincronizzato con il tramonto era molto utile per determinare la conclusione della giornata lavorativa.

Le 12 ore del giorno e della notte erano poi scandite dai canti liturgici e dal suono delle campane (a proposito: "noon" in inglese significa "mezzogiorno", e questo deriva proprio dal fatto che a Roma la "nona" ora del giorno coincideva proprio con le ore 12!).

La torre Calandrelli a piazza del Collegio Romano
La torre Calandrelli a piazza del Collegio Romano
Avere dei "rintocchi di riferimento" nell'arco della giornata era sicuramente comodo e, fra questi, il suono della campana a mezzogiorno era sicuramente un ottimo punto di riferimento. Ma attenzione: come facevano tutte le campane delle numerosissime chiese di Roma a sincronizzarsi fra loro per suonare tutte insieme i rintocchi del mezzogiorno?
Beh...nell'arco dei secoli si escogitarono vari sistemi (ne parleremo anche in altri post). Qui voglio sottolineare che un sistema molto interessante in voga dalla metà dell'ottocento era la segnalazione che, dalla torretta dell'osservatorio astronomico del palazzo a piazza del Collegio Romano (vedi foto), veniva fatta alla vicina chiesa di Sant'Ignazio.

La segnalazione con l'asta con la palla
La segnalazione con l'asta con la palla

Ecco in cosa consisteva: dal tetto della chiesa veniva issata una palla sopra un'asta (vedi disegno), che fungeva come messaggio visibile per i cannonieri che si trovavano a Castel Sant'Angelo. Con il sole esattamente sulla verticale del cielo, segnalato dall'osservatorio della torretta del Collegio Romano, essi abbassavano la palla: era il messaggio convenuto per i cannonieri, i quali quindi sparavano immediatamente una cannonata (a salve) dall'alto dei torrioni del castello. Il rumore del cannone era avvertibile in tutta la città, e attraverso quel rumore tutte le chiese riuscivano a sincronizzarsi.

La cannonata delle 12 dal Piazzale Garibaldi
La cannonata delle 12 dal Piazzale Garibaldi

Di questa procedura, stravagante ma necessaria, si conserva la tradizione ancora oggi: ogni giorno, senza eccezioni, alle 12 in punto, ovunque vi troviate a Roma, se non siete sommersi dai rumori del traffico sentirete il rumore di una cannonata!

Se però, come oggi, siete al belvedere del Gianicolo, dovrete addirittura tapparvi le orecchie, perchè (vedi foto) la cannonata del mezzogiorno viene sparata proprio da qui!

Piazzale Giuseppe Garibaldi è qui.

29 ottobre 2013

Il miracolo del pozzo di Santa Maria in Via

La facciata di Santa Maria in Via
Oggi con il nostro piccolo grande blog ci troviamo nei pressi di via del Corso, come sempre a caccia di leggende e curiosità romane.

Più o meno all'altezza della galleria Alberto Sordi (largo Chigi) troviamo una piazzetta in cui fa bella mostra di sè la facciata di una delle tante chiese della zona, la chiesa di Santa Maria in Via (vedi foto).
La nascita di questa chiesa è legata ad un miracolo che in pochi conoscono e che vale la pena di raccontare.

Siamo nel 1256 e qui, al posto della chiesa, vi era una semplice stalla annessa al palazzo di un cardinale e, nei pressi della stalla, un normalissimo pozzo per attingere l'acqua. Era una notte di settembre, e si narra che un servo del cardinale, volontariamente o per errore, fece cadere nel pozzo un'immagine della Madonna, dipinta su una pesante tegola di terracotta.


Il cardinale che recupera la tegola dall'acqua
Il cardinale che recupera la tegola dall'acqua
Pochi secondi passarono da questo fatto e accadde l'incredibile: dal pozzo cominciò improvvisamente e rapidamente a salire il livello dell'acqua, fino a che essa cominciò a straripare copiosamente. La fuoriuscita dell'acqua si riversò verso la stalla e in pochissimo tempo quell'ambiente cominciò ad allagarsi. I cavalli cominciarono a nitrire e a scalpitare, svegliando così gli stallieri che, sebbene stupiti per lo strano fenomeno, si affrettarono a mettere le bestie in salvo. Poco dopo, cominciarono a cercare di creare dei canali di scolo dentro la stalla, che nel frattempo era già diventata una sorta di piccolo stagno.
Considerate che ci troviamo nel tredicesimo secolo, si cercava di far fronte a questa improvvisa e misteriosa invasione d'acqua con la sola luce delle torce, e l'impaccio era notevole!

L'altare con l'immagine della Madonna
L'altare con l'immagine della Madonna
Accadde durante questa operazione che uno degli uomini si accorse di un fatto "anomalo": una pietra galleggiava sull'acqua. Si avvicinò a guardare meglio: era la pesante tegola con l'immagine della Madonna che aveva gettata poco prima in fondo al pozzo!
Fu allora che compresero il "perchè" di tutta quell'acqua: il pozzo così facendo aveva "rigurgitato" la lastra con l'immagine della Madonna, come a voler dire "non deve giacere in fondo qui"!

Ultimo fenomeno, non meno incredibile dei precedenti, la tegola scivolava dalle loro mani come un pesce, per cui tutti i loro tentativi di tirarla fuori dall'acqua fallirono.
Ce ne era abbastanza: decisero di svegliare il cardinale Pietro Capocci, il padrone della stalla. Il cardinale accorse sul luogo con i suoi familiari e, dopo una breve preghiera, riuscì a recuperare la tegola con il dipinto (vedi quadro), e non appena questo avvenne, le acque del pozzo spontaneamente cominciarono a ritirarsi.

Il cardinale l'indomani si recò dal papa, Alessandro IV, per raccontargli l'incredibile fenomeno. Dopo le opportune verifiche, fu riconosciuto l'evento come sovrannaturale, e si decise di costruire (o forse riedificare) l'attuale chiesa intorno al pozzo miracoloso, e di venerarvi all'interno l'immagine riemersa.

Per bere l'acqua miracolosa del pozzo
Rubinetto per l'acqua miracolosa
Ancora oggi, se entrate nella chiesa, subito sulla destra, c'è una cappella con un altare. Lì trovate esposta l'effigie della Madonna che galleggiò (vedi foto) e, subito sotto, una sorta di piccolo rubinetto, che consente ai fedeli che lo richiedono di bere l'acqua dell'antico pozzo (vedi foto), in quanto tale acqua sembra che abbia prodotto molti miracoli.

Proprio per questo motivo non di rado si vede non solo chi beve quest'acqua, ma anche chi si riempie una bottiglietta per portarla a qualche familiare malato, che l'attende a casa con ansia.

Chi l'avrebbe detto: anche a Roma, anche se poco conosciuta, abbiamo...una piccola Lourdes!

La chiesa di Santa Maria in Via è qui.

21 ottobre 2013

L'effetto ottico di via Piccolomini

A molti di coloro che hanno visto spettacoli illusionistici, sarà certamente capitato di desiderare di imparare qualche trucco, magari per stupire gli amici. Chi si interessa di queste cose, sa bene che c'è una piccola parte di giochi in cui la "magia" appare non perchè il "mago" sia bravo, ma semplicemente perchè è la realtà stessa a manifestarsi in modo inconsueto. In questi casi, in realtà, il trucco non c'è, e spesso non c'è bisogno di nessuna capacità da parte dell'esecutore, perchè per stupire la platea basta semplicemente cercare di mostrare l'effetto nel modo più evidente possibile.
Uno di questi effetti è rappresentato da una strada a Roma che, per scherzo del destino, o per la volontà cosciente di qualche geniale urbanista, ha un insieme di particolarità tali da creare un'illusione davvero strabiliante. Questa via è via Nicolò Piccolomini.

Via Piccolomini è geograficamente posizionata nei pressi della collina del Gianicolo, in una posizione quindi sopraelevata rispetto al resto della città. Inoltre essa è perfettamente rettilinea, pianeggiante, lunga circa 300 metri, e terminante con uno straordinario belvedere su Roma, che vi consiglio di vedere, di giorno o di notte.

La visuale della cupola da metà della strada
La visuale della cupola da metà della strada
Una particolarità evidentissima della strada è che è perfettamente allineata con la cupola di San Pietro, nel senso che dal punto più lontano dalla cupola, se si è al centro della strada, essa appare in bella evidenza ed esattamente al centro del panorama (vedi foto). Inoltre, i lati della strada sono, per palazzi e vegetazione, abbastanza omogenei. Queste caratteristiche creano una prima proprietà: l'occhio umano, che ha un'acutezza visiva migliore sui dettagli quando il campo visivo è stretto (tipo guardando dentro un cannocchiale), fa sì che anche se siamo distanti dalla cupola, possiamo osservarne molto bene i dettagli. Ma non finisce qua...

Percorrete la strada avvicinandovi alla cupola partendo dal punto più lontano, ad esempio con l'auto o su un motorino, cercando di mantenervi sui 15-20 km/h e vicino al centro della carreggiata (ma attenti, c'è uno stop a metà strada!). Mentre fate questo percorso, guardate la cupola.... la vedrete rimpicciolire sotto i vostri occhi!!! Ho detto bene...mentre vi avvicinate alla cupola, la cupola non si ingrandisce, ma si rimpicciolisce, e non di poco, l'effetto è straordinariamente evidente!

La visuale dal belvedere di via Piccolomini
La visuale dal belvedere di via Piccolomini
Al belvedere (vedi foto), fate inversione di marcia, e se non guidate voi, voltatevi a vedere la cupola che, allontanandosi...si ingrandisce!  Alla fine della strada essa sarà tanto, ma tanto più grande e imponente di come l'avevate lasciata!!!
Il tutto è molto più accentuato in movimento e sul posto...purtroppo, per quanto ci si sforzi, in foto non si riesce a cogliere questo strabiliante effetto ottico.

Ma come è possibile??

Io credo che ciò si verifichi perchè, mentre ci si avvicina alla cupola, per il cervello sia molto più facile concentrarsi su di essa ed assumure che si rimpicciolisca, piuttosto che accettare che lo spazio omogeneo che le sta intorno si amplifichi per l'apertura graduale del campo visivo. Ovviamente, allontandosi dalla cupola, il meccanismo si inverte e la cupola sembra ingrandirsi a dismisura.

Ma i fan di questo blog sanno già che esiste certamente una spiegazione alternativa, che tra l'altro è molto più semplice: non c'è niente di straordinario, come in molti altri luoghi qui a Roma, è semplicemente...pura magia!

Via Nicolò Piccolomini è qui.

9 ottobre 2013

Il palazzo dei ferrovieri

Incrocio di ferrovie che delimita Casal Bertone
Incrocio di ferrovie che delimita Casal Bertone
Chi segue Roma Leggendaria, o si interessa dell'aneddotica romana, sa bene che quasi tutti i luoghi di cui si parla appartengono al centro storico o ad aree limitrofe ad esso. Questo accade perchè le aree periferiche di Roma, essendo state costruite pressocche tutte negli ultimi 100 anni, hanno avuto molto meno tempo per essere teatro di curiosità e leggende. Ma questo ovviamente non significa che manchi materiale, e il post di oggi ne è la conferma.

Infatti, sebbene ci siano luoghi molto più periferici a Roma, oggi ci troviamo in un quartiere tradizionalmente considerato "popolare", che è Casal Bertone, fra la via Tiburtina e via Prenestina. Il quartiere nacque intorno al 1920, all'interno di un piano edilizio che includeva la costruzione di molte case popolari in una zona di campagna ma delimitata su più lati da una forbice di ferrovie che vanno poi ricongiungendosi verso la stazione Termini (vedi mappa).

Forse proprio per questa vicinanza con le stazioni Tiburtina e Termini che al finanziamento del piano edilizio parteciparono, fra i vari enti, anche le Ferrovie dello Stato. In particolare fu edificato nel 1929 un palazzo che è un esempio molto interessante di architettura popolare del Novecento, il cosiddetto "Palazzo dei ferrovieri" (vedi foto), destinato in via privilegiata appunto a coloro che esercitavano questa professione.
Il palazzo è stato anche ripreso nel famoso film "Mamma Roma" di Pasolini (1962), con Anna Magnani.

L'edificio, fra le altre cose, aveva una sua particolarità che lo rendeva unico: due belle statue di cervi giovani, dotati di grandi corna, facevano bella mostra di sè come elementi decorativi della facciata principale. Per questo il palazzo oggi viene chiamato anche "palazzo dei daini" o "palazzo dei cervi".
Le due statue certamente davano al prospetto un senso di graziosa eleganza, ma l'ideatore non aveva certo pensato ai risvolti maliziosi che questi due animali potevano suscitare negli abitanti della zona! I ferrovieri infatti, per ovvie ragioni di lavoro, trascorrevano molto tempo lontani dalle loro mogli, e quindi i romani, da sempre "ispirati" quando c'è da fare spiritosaggini, cominciarono a battezzare il palazzo dei ferrovieri come "il palazzo dei cornuti", e le corna dei cervi che lo adornavano come la corrispondente "attestazione" dello "status" di chi ci abitava!

La facciata con i due cervi senza corna
La facciata con i due cervi senza corna
Così si racconta che un giorno uno degli abitanti, evidentemente esasperato dall'ennesima battuta offensiva, prese da sè l'iniziativa di montare sopra la facciata del palazzo e con una sega recidere le corna delle due statue.

Da quel giorno, fino ad oggi, i due cervi lì posano senza corna (vedi foto), come a volerci dire che talvolta la serenità...ce la dobbiamo proprio conquistare!

Il palazzo dei ferrovieri è qui.

26 settembre 2013

Piazza del Popolo

Piazza del Popolo all'ingresso da Piazzale Flaminio
Piazza del Popolo all'ingresso da Piazzale Flaminio
Se vi ricordate il post sul Muro Torto, sapete bene oramai come ci sia più di un motivo per cui quel muro delinei da secoli e secoli una zona  considerata maledetta. Eppure in quel post ho volutamente omesso l'ennesima causa della cattiva fama della zona...forse addirittura la causa principale! Ma avevo bisogno di spostarmi nella meta di oggi: Piazza del Popolo (vedi foto)!

Piazza del Popolo non è certo un luogo nascosto di Roma, è una piazza frequentatissima che tutti i romani conoscono, anzi la sua forma ad anfiteatro la rende ben adatta a manifestazioni che necessitano visibilità e buona acustica. E' anche una piazza ben collegata: è un accesso al centro di Roma per chi proviene da nord o dal Muro Torto, ed è alla confluenza di tre grandi ed importanti vie, che costituiscono il famoso "tridente romano": via del Corso (di cui abbiamo già parlato), via del Babuino e via di Ripetta (di cui parleremo in futuro).

Queste caratteristiche scenografiche e di importanza viaria resero Piazza del Popolo, fino alla seconda metà dell'ottocento, sede preferenziale di uno "show" molto apprezzato dai romani: le esecuzioni di condanne a morte!

Bisogna dire infatti che a Roma le esecuzioni capitali erano assai frequenti, e volutamente spettacolari: alla "classica " impiccaggione si affiancavano la decapitazione (con accetta o ghigliottina), la condanna ad essere arsi vivi (per gli eretici), fino allo squartamento e alla morte a colpi di mazza. Il tutto veniva sempre eseguito in zone ben visibili e frequentate, come appunto qui a Piazza del Popolo.

La targa su Targhini e Montanari
La targa su Targhini e Montanari
Ma perchè questa "spettacolarizzazione" dell'esecuzione? Beh, certamente c'era un intento "educativo": si racconta ad esempio come fosse in uso che il "buon" genitore portasse con sè un figlio ad assistere all'esecuzione, e che nel momento "clou", quello della morte del condannato, lo schiaffeggiasse, proprio per lasciargli impresso il concetto "ecco la fine che farai se non righerai diritto".
Bisogna tuttavia considerare che con il tempo prese ad affermarsi il lugubre e morboso interesse, diremmo oggi, per il genere "splatter", per cui assistere ad un'esecuzione capitale divenne (incredibile ma vero) un vero momento di festa per il popolo romano. Di queste esecuzioni troviamo oggi una piccola testimonianza nella targa (vedi foto) affissa qui, che ne ricorda una.

Già essere sede di esecuzioni capitali di per sè sarebbe coerente con la lugubre vicinanza con il Muro Torto, ma in realtà in questa piazza c'è dell'altro, ed è legato con l'origine dell'antica chiesa che sorge qui, accanto alla Porta del Popolo. Ma facciamo un passo indietro nel tempo.

Al tempo di Nerone Piazza del Popolo non esisteva, ma c'era al suo posto un semplice bosco di pioppi, e all'interno di questo bosco risiedeva un secolare albero di noce. Nerone, macchiatosi in vita di orrendi delitti, non ultimo la persecuzione dei cristiani, era tradizionalmente considerato dai più religiosi come una sorta di diavolo in terra. Alla sua morte il suo corpo venne fatto seppellire in questo bosco di pioppi, proprio sotto il suddetto albero di noce.
Ma si narra che la sua tomba fosse un luogo funesto, tanto da rendere maledetto il bosco e la zona circostante (Muro Torto compreso), mentre l'albero di noce, perennemente sorvolato dai corvi, divenisse la sede di sabba infernali, e luogo di incontro di anime dannate, streghe e negromanti.
Intorno al 1100 il disagio della popolazione romana per questa sorta di bosco infernale divenne intollerabile, e si chiese un intervento di "esorcizzazione" della zona da parte del papa di allora, Pasquale II. Papa Pasquale eseguì l'esorcismo: dissotterrò lo scheletro di Nerone da sotto il noce, e lo bruciò, insieme a tutto l'albero, disperdendone successivamente le ceneri nel Tevere. Inoltre, dove risiedeva la tomba, fece piantare una piccola cappella sacra. Questo drastico intervento ebbe l'effetto sperato, bonificando l'area dagli influssi diabolici.

Eppure tutto questo racconto, che ci appare come una surreale favola, ha lasciato delle tracce "segrete" in questo luogo.

I bassorilievi sotto l'altare
I bassorilievi sotto l'altare
La prima traccia è il nome stesso della piazza: c'è chi dice che derivi dal fatto che la basilica di Santa Maria del Popolo sia stata voluta e finanziata "dal popolo", proprio per debellare l'influenza nefasta dello spirito di Nerone...ma il motivo forse è addirittura un altro, cioè proprio il bosco di pioppi che circondava la tomba di Nerone! Infatti in latino "pioppo" si dice "populus"! Quindi, in realtà piazza del Popolo è la piazza "dei pioppi"!

Inoltre, la parte più antica della basilica di Santa Maria del Popolo è la zona dell'altare: qui risiedeva l'antica cappella sacra sopra il noce maledetto, che poi fu il primo nucleo della chiesa. Infatti entrate dentro, e andate proprio presso l'altare, quindi guardate in alto, sui bassorilievi dorati sotto la volta: viene descritta la leggenda che vi ho narrato, come in un fumetto!

Vedrete streghe danzare intorno ad un albero, un papa con una zappa in mano, una buca con dentro uno scheletro...(vedi foto).

Sono immagini davvero originali, che ai più apparirebbero senza senso...ma ora non per voi.

Piazza del Popolo è qui.

14 settembre 2013

L'arancio di San Domenico

Il portale ligneo di Santa Sabina
Il portale ligneo di Santa Sabina
Per la seconda volta con il nostro amato blog ci troviamo nella Basilica di Santa Sabina all'Aventino a caccia di curiosità e leggende...vi ricordate la leggenda della pietra del diavolo? Beh, rimaniamo a pochi metri da questa pietra, cioè esattamente all'ingresso della chiesa, ma stavolta senza varcarne la soglia, davanti al portone di legno inciso a bassorilievi.

Il luogo preciso in cui ci troviamo è molto interessante. Da qui infatti possiamo concentrare la nostra attenzione su due curiosità molto diverse, senza spostarci di un solo passo!

La prima curiosità riguarda proprio il portale (vedi foto): è stato scolpito su legno di cipresso con delle scene bibliche mentre la Basilica si edificava, cioè stiamo parlando di un portale ligneo che ha più di 1600 anni, non esiste un qualcosa di simile in tutta Roma che sia così antico!
Il faraone con la testa di Napoleone
Il faraone con la testa di Napoleone

 Eppure un segno "moderno" in realtà esiste su questo portale!
Nel restauro eseguito nel 1836 il restauratore decise, di sua iniziativa, di "mettere del suo": infatti nella scena di uno dei pannelli centrali, dove è raffigurato Mosè che attraversa il mar Rosso con gli egiziani inseguitori, il viso del faraone che sta sopra un carro e che, come sappiamo, farà una brutta fine, ha a differenza degli altri personaggi i lineamenti particolarmente dettagliati... L'ignoto restauratore, evidentemente per motivi di personale odio "politico", decise di ritoccare il bassorilievo, rappresentando Napoleone nel viso del faraone! (vedi foto)

Ma senza spostarci neppure di un metro, abbiamo un'altra curiosità, che è il vero motivo del post di oggi...per vederla occorre semplicemente voltarci, dove c'è uno strano buco nel muro, che ci consente di "sbirciare" dentro un piccolo giardino rinchiuso nel convento annesso alla Basilica. Guardando dentro il buco però, c'è il tronco di un albero di arancio che intralcia la visuale proprio nel mezzo (vedi foto). Ma che senso ha questo strano "oblò"?

La visuale dal buco nel muro
La visuale dal buco nel muro
Per capirlo dobbiamo aprire una piccola parentesi "botanica".
Dovete sapere che l'albero di arancio non è di origine europea, è una pianta originaria dell'estremo oriente, e il fatto che fruttifichi in pieno inverno in qualche modo ha sempre ostacolato la sua diffusione nei climi europei freddi. Sebbene già al tempo dei romani si parlasse probabilmente di alberi di arancio in Sicilia, provenienti appunto dall'oriente, sappiamo che questi non attecchirono o che comunque non si diffusero mai fuori dalla Sicilia e nel resto dell'Europa.

Alcuni semi di arancio, però, portati probabilmente da mercanti provenienti dall'Asia, giunsero nella zona della Siria e dell'Egitto e successivamente, attraverso le conquiste degli arabi, giunsero nella Spagna e nel Portogallo (da qui deriva il fatto che in molti dialetti italiani, e anche in arabo, 'portugàl' e varianti indicano le arance). Siamo oramai nel tredicesimo secolo e tuttavia, a parte la penisola iberica, ancora l'arancio rimaneva una pianta sconosciuta in Europa. E' a questo punto che interviene il buon San Domenico che, nativo della Spagna, conosceva bene tale pianta, nuova per l'Italia ma oramai ampiamente diffusa nella sua terra natia. Vissuto a lungo presso il convento di Santa Sabina, sappiamo che piantò amorevolmente un albero di arancio, ed è quindi grazie a lui che nacque "ufficialmente" il primo albero di questa specie in Italia.

L'arancio di San Domenico
L'arancio di San Domenico
Ma, per quanto ne sappiamo, la diffusione dell'arancio in Italia poteva fermarsi a tale singolo albero piantato. Invece la fama del santo e dei suoi numerosi miracoli crebbe negli anni seguenti, proprio come il suo albero appena piantato... La santa vita condotta dal frate qui a Santa Sabina accrebbe il numero e la devozione dei fedeli...ma come piacevole "effetto collaterale" certamente produsse un'inedita pubblicità in tutta Italia e in Europa a questa pianta sconosciuta e dagli ottimi frutti.
E' per questo quindi che possiamo dire che un enorme contributo alla conoscenza e alla diffusione in Europa della pianta di arancio proviene da questo cortiletto che vediamo dal buco nel muro, dove fu piantato il primo arancio italiano dalle devote mani del santo.

Ma la cosa veramente interessante, e potremmo dire davvero miracolosa, è che l'originario albero di arancio piantato da San Domenico si è sempre rigenerato dalle sue radici, ed è quindi tuttora vivo e vegeto, ed è quello che vediamo da questo buco nel muro! E come potete vedere (vedi foto), direi che è il più bello di tutti gli alberi di arancio di questo piccolo giardino.

La basilica di Santa Sabina è qui.

1 settembre 2013

Il Pasquino

E' ormai in uso in italiano chiamare "pasquinata" uno scritto assai pungente di satira politica. Anche in francese esiste "pasquin", che è un pò il nostro "buffone" teatrale. Ma da cosa derivano queste parole? La risposta a questa domanda è assai interessante, e si trova in una minuscola piazza a pochi metri da piazza Navona.

Si racconta che presso questa piazzetta nel 1500 aveva la sua bottega un certo Pasquino, un sarto romano le cui battute sarcastiche ed argute erano famose, ed evidentemente assai più taglienti delle forbici che usava per lavorare. Aveva egli infatti il dono di far ridere e nel contempo riflettere, sferzando il potere costituito con una critica feroce e irriverente. Chiaramente il potere a Roma era nelle mani del clero e della nobiltà, quindi quasi sempre le battute di Pasquino erano rivolte contro i rappresentanti di queste classi, che però esitavano a punirlo, consci della grande popolarità che egli riscuoteva presso la cittadinanza.
La statua del Pasquino
La statua del Pasquino

Alla morte di Pasquino i potenti pensarono di poter finalmente tirare un sospiro di sollievo, ma si sbagliarono: nel corso della demolizione della bottega del sarto venne rinvenuto dal sottosuolo un busto marmoreo antico e assai consunto, che ancora oggi si trova qui (vedi foto). Gli archeologi sono sempre stati dubbiosi: forse rappresenta Menelao che solleva Patroclo? Il popolo di Roma però non ha mai avuto dubbi: la statua è proprio il sarto, è Pasquino che è "resuscitato"!

Da allora, fino ad oggi, questa piazza è la piazza di Pasquino, ed è da allora che la statua di Pasquino cominciò a "parlare" attraverso degli ingiuriosi epigrammi satirici, le cosiddette "pasquinate". Il popolo, ma spesso anche illustri letterati del tempo, componevano la pasquinata su un foglio e, in segreto e in modo anonimo, la "pubblicavano", affiggendola sopra la statua di Pasquino, proprio come se fosse stata la statua a declamarla. La pasquinata è quasi sempre stata abbastanza breve, in dialetto romano o in latino, e su argomenti di attualità. E' proprio grazie a questa trovata che il popolo di Roma ha potuto continuare ad avere una propria voce contro i potenti, proprio come era stata la voce dell'antico sarto, ma ancora più potente in realtà, perchè perpetua e anonima.
La fontana del Moro a piazza Navona
La fontana del Moro a piazza Navona

Oggi comporre e appendere una pasquinata potrebbe essere una trovata divertente...ma non è stato sempre così: il "diritto di satira" ha sempre avuto vita dura nei secoli passati (...ce l'ha ancora oggi!) e le pasquinate erano molto temute dalla classe dirigente, tanto che molti autori di pasquinate, scoperti, furono puniti con la morte! Nei secoli furono in molti a finire sul patibolo, ma con scarsi risultati.
Il Moro della fontana
Il Moro della fontana

I nobili e il clero pensarono anche di distruggere la statua del Pasquino, ma tale minaccia non fece altro che aggravare la loro situazione: il popolo cominciò a far "dialogare" Pasquino con altri fantomatici personaggi, esponendo così pasquinate non solo a Piazza di Pasquino, ma anche su altre statue sparse per la città (di cui parleremo in altri post) e persino in giro per l'Italia. Appariva chiaro quindi che il ruolo della statua di Pasquino poteva essere assunto da qualunque altra statua, per cui distruggerla sarebbe stato inutile o dannoso. Il risultato fu che alla fine i potenti si rassegnarono, tollerando così questa assai originale manifestazione di critica.

Si narra che anche il grande Gian Lorenzo Bernini fu autore di una pasquinata, realizzata però...a modo suo: quando papa Innocenzo X gli commissionò il miglioramento della "Fontana del Moro" di piazza Navona (vedi foto), egli acconsentì, ma scolpendo il "moro" decise di ispirarsi al vicino busto del Pasquino, tanto odiato dallo stesso papa! Non la notate la somiglianza? (vedi foto)

Delle numerosissime pasquinate famose che la storia ci tramanda, ne scelgo due che amo molto, perchè molto brevi e suggestive.

Pasquinate accanto alla statua di Pasquino
Pasquinate accanto alla statua di Pasquino
La prima fu contro papa Urbano VIII Barberini: nel 1625 fece asportare e fondere il bronzo del pronao del Pantheon per costruire il baldacchino di San Pietro, per cui Pasquino disse:
"Quod non fecerunt barbari, 
fecerunt Barberini" 
 (cioè: "Quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini"!).

La seconda fu contro la visita di Hitler a Roma del 1938: Roma fu allestita con pompose scenografie di cartongesso, e alludendo al talento del dittatore per la pittura, Pasquino disse:
"Povera Roma mia de travertino
te sei vestita tutta de cartone
pe' fatte rimira' da 'n imbianchino"
.

Ne volete altre? Leggetele sulla statua: quasi ogni giorno ne trovate di nuove (vedi foto)...perchè ancora oggi la statua continua a rappresentare la voce repressa del popolo romano.

Piazza di Pasquino è qui.

31 luglio 2013

Le gabbie del Campidoglio

La lupa capitolina (XIII sec., musei capitolini)
La lupa capitolina (XIII sec., musei capitolini)

La storia dell'uomo è da sempre costellata di simboli, di stemmi, di vessilli e, diremmo oggi, di "loghi soggetti a copyright", tanto che oggi per un'impresa hanno un valore commerciale notevole e rivendibile sul mercato.
Questo lo sapevano bene i nostri avi, e Roma, intesa come istituzione, ha da sempre avuto e sfruttato parecchi simboli, di vario tipo: la sigla S.P.Q.R., il drago, il grifo, il fascio littorio, il saluto con la mano tesa, il leone...
La gabbia della lupa
La gabbia della lupa

Ma i due emblemi forse più importanti, e sicuramente i più conosciuti per la nostra città, come tutti sanno, sono la lupa e l'aquila. Infiniti sono infatti in tutta la città i riferimenti a questi due animali, in ogni forma artistica, e un pò in tutte le epoche fino ad oggi: nei bassorilievi, negli affreschi, nelle sculture (vedi foto della lupa capitolina), nei fregi...

Ancora oggi persino le due (tifatissime) squadre di calcio della Capitale, la Roma e la Lazio, fanno riferimento a questi due simboli tradizionali. Tuttavia, a differenza di quanto avviene nel calcio, a questi due stemmi non corrispondeva una rivalità, ma una comunione di intenti: la lupa di Romolo e Remo, simbolo delle origini mitiche di Roma, rappresentava la centralità e l'autorità della città eterna, intesa come istituzione, mentre l'aquila, sacra insegna delle legioni romane, simboleggiava l'esercizio di tale autorità sul territorio.

La gabbia dell'aquila (dall'archivio Luce, 1957)
La gabbia dell'aquila (dall'archivio Luce, 1957)
Il fascino che il "simbolo" esercita sull'intelletto dell'uomo è diretto, ancestrale, molto più forte di quello che si potrebbe creare con l'ente che esso rappresenta e che vi si cela dietro. Sulla base di questo concetto si può comprendere bene come l'esercizio del potere abbia da sempre sfruttato a proprio uso e consumo i simboli per coinvolgere le masse. Un'esempio curioso e recente dello sfruttamento dei simboli della lupa e dell'aquila di Roma è l'argomento del post di oggi.

Nel 1871, con la breccia di Porta Pia, Roma è nominata capitale di un'Italia da pochi anni unificata. Ovviamente con questa nomina a capitale nasce la necessità, per le autorità, di stabilire il primato  simbolico di Roma sulle altre città italiane. A tal fine il consiglio comunale decide di emanare, fra le altre cose, una delibera alquanto stravagante: porre nel giardino del Campidoglio, in un'apposita gabbia, una lupa vivente, come emblema della città (vedi foto). Anni dopo si affianca alla gabbia della lupa una seconda gabbia, contenente un'aquila (vedi foto).

Area dove era collocata la gabbia della lupa
Area dove era collocata la gabbia della lupa
 Il popolo, per nulla dispiaciuto per le due bestiole solitarie e in gabbia, ne risulta invece inorgoglito e sente rinascere un sentimento di fierezza nei confronti della città e delle sue tradizioni: ancora una volta la potenza dei simboli funziona!

I due animali nel corso degli anni ovviamente si ammalano e muiono, e vengono via via sostituiti. La tradizione, tra piccoli spostamenti, sospensioni e riprese, dura circa 100 anni, fino verso il 1970.

La gabbia dell'aquila oggi
La gabbia dell'aquila oggi

La gabbia della lupa per lungo tempo è stata collocata nel giardino del Campidoglio, cioè sul lato sinistro per chi sale la scalinata, dove ora c'è effettivamente un'area squadrata abbastanza pianeggiante (vedi foto).

Mentre la gabbia dell'aquila che fine ha fatto?
C'è ancora, è abbandonata e non l'hanno mai dismessa! La potete scorgere, anche se c'è cresciuta la vegetazione sopra, procedendo dal Campidoglio per circa 50 metri su viale del Teatro di Marcello, sul lato sinistro della strada (vedi foto).

Come animale è molto longevo ma ho controllato, fidatevi: dell'aquila, dentro... neanche l'ombra!

La gabbia dell'aquila è qui.

16 luglio 2013

Il muro maledetto

Il Muro Torto dal ponte che attraversa il viale
Il Muro Torto dal ponte che attraversa il viale
A differenza di quanto avveniva fino a pochi secoli fa, parlare di maledizioni, fantasmi, streghe lascia appena un po' di curiosità nell'uomo comune, e fa sorridere il colto. Entrambi non si impressionano facilmente, meno che mai il romano d'oggi, ed è forse per questo che si è perso il ricordo e il carattere che il viale del Muro Torto, la meta di oggi, ha avuto negli ultimi due millenni: uno dei luoghi più maledetti di Roma!

Ho deciso di farvi osservare il Muro Torto dall'alto (vedi foto), a una "distanza di sicurezza", su viale dell'Obelisco, nel punto in cui la strada attraversa con un ponte il viale che costeggia questo antico muro. Questa distanza non è scaramanzia...è che a piedi su viale del Muro Torto correreste il rischio di essere investiti da qualche auto di passaggio!

E' chiaro che tutte le cinte murarie che circondano Roma sono intrise di sangue e di storia: Roma è stata per secoli e secoli il centro di un impero che non aveva rivali in tutto il mondo occidentale, e conquistarla o saccheggiarla è stato il fine ultimo, spesso raggiunto, di molte guerre e di molti conquistatori. Però questo tratto di muro antico, a differenza degli altri che circondano Roma, è particolarmente curioso...."sinistro" direi....ma facciamo un piccolo passo indietro.

Gli "strati" dovuti all'innalzamento di Onorio
Gli "strati" dovuti all'innalzamento di Onorio
Il cosiddetto "Muro Torto" è lungo circa 1 km, da piazzale Flaminio a piazzale Brasile, e delimita il viale omonimo. Le sue origini sono molto antiche, esiste da circa duemila anni. Esso fu costruito probabilmente con il doppio ruolo di dividere le proprietà ('horti') delle varie ville delle famiglie nobili romane, e nel contempo fungere da contrafforte per evitare frane del monte Pincio. Questo fino verso il 270 d.C., anno in cui si decise di edificare un muro intorno a tutta Roma per proteggerla dagli assalti esterni. Chiaramente in tale occasione si decise di far passare la cinta muraria proprio in questo punto in modo da sfruttare il muro preesistente.
In realtà poi il Muro Torto è stato varie volte fortificato nei secoli: un intervento importante lo fece ad esempio l'imperatore Onorio intorno al 400, alzando il muro di parecchi metri. Ed è grazie all'intervento di Onorio che, se guardiamo il muro, ancora oggi lo vediamo con la parte più alta che ha un colore diverso (vedi foto).

Il tratto parzialmente crollato del muro
Il tratto parzialmente crollato del muro
Però, dei vari interventi di restauro...il punto più pericolante di tutti non è stato mai restaurato. Questa è la prima stranezza.
Infatti guardate il muro: ad un certo punto improvvisamente cambia direzione, e il viale di conseguenza fa una curva a gomito molto accentuata, parabolica, che i romani non a caso chiamano "la curva della morte". E' proprio in questo punto che il Muro Torto non è mai stato restaurato, anzi, è parzialmente crollato da circa 1500 anni. A dimostrazione di ciò, quando passate all'altezza della curva, prestate attenzione (se non state guidando!) alla base del muro: si vede ancora l'opus reticolatum originale romano! (vedi foto).

Il tratto 'torto' nel 1600 (incisione di P. Schenck)
Il tratto 'torto' nel 1600 (incisione di P. Schenck)
Inoltre in questo punto la sommità del muro sporge in avanti, rispetto alla base, di circa un metro. E' per questa pendenza in avanti che il muro si chiama "torto", non perchè fa la curva lungo il tracciato, ma perchè si piega sporgendo in senso verticale! Questa pendenza era ancora più evidente nei secoli passati (vedi incisione).
Ma allora perchè il muro qui è franoso e ciò nonostante non l'hanno mai restaurato? La risposta è una sola: scaramanzia!

Dovete sapere che infatti già verso il V secolo su questa curva probabilmente franò una delle torri e si creò una breccia, e il muro prese ad inclinarsi. Belisario, per difendere la città dai Goti, voleva farlo restaurare, ma il popolo di Roma si oppose: una leggenda narrava infatti che in quel punto lo stesso san Pietro avrebbe difeso la città, per cui non occorreva alcun intervento umano. La scaramantica astensione dal restauro si consolidò nel corso dei secoli...questo perchè, fatto davvero assai strano, nessun esercito assediante in 1500 anni di storia approfittò mai di questo "punto debole" nelle mura per penetrare nella città...Forse avevano davvero paura di questo punto? O forse ci provarono ma stranamente non ebbero mai successo?

La curva a gomito è molto pericolosa, mette a dura prova la guida, per cui spesso qui ci sono incidenti o guasti alle auto che la percorrono...tuttavia c'è chi vede su viale del Muro Torto un accanimento della sfortuna alquanto eccessivo e "strano"....come se il luogo fosse davvero stregato.
Guarda caso...come nei più banali film dell'orrore anni '80...cercando nei libri si scopre che proprio dove ora scorre viale del Muro Torto, sotto, ha da sempre sede un "cimitero maledetto"! Proprio così: dai tempi più antichi, fino al 1800 inoltrato, qui si sono deposti, spesso senza neppure seppellirli, oppure in fosse comuni, i corpi senza vita di coloro che non erano "degni" delle cerimonie religiose. Nel corso dei secoli centinaia e centinaia fra prostitute, non battezzati, ladri, assassini, presunti stregoni, streghe, giustiziati...i loro corpi senza vita venivano buttati fuori dalle mura della città, proprio in questo punto, creando così un "popolatissimo" cimitero sconsacrato!
Per questo motivo, uno dei nomi che il Muro Torto ha avuto nei secoli era "muro malo", e le apparizioni degli spettri qui intorno, complice anche la suggestione popolare, sono sempre state numerose.
Le reti metalliche
Le reti metalliche

Ad esempio: nel 1825 a piazza del Popolo vennero decapitati due carbonari, Targhini e Montanari, giudicati colpevoli e condannati a morte, una "morte ordinata dal papa senza prove e senza difesa" (c'è ancora la targa a piazza del Popolo), e seppelliti anche loro ai piedi del Muro Torto. Si racconta che spesso di notte si sono avvistati i fantasmi dei due carbonari...con la testa mozzata.

Non vi basta? Ci sono informazioni ancora più recenti, sempre non piacevoli: all'inizio del 1900 molte persone, come soggiogate dall'influenza nefasta di questo muro, sceglievano questo punto per gettarsi nel vuoto e mettere così fine alla propria vita. Per fermare questa assurda epidemia di suicidi si decise di mettere delle reti metalliche "dissuasive". E le reti sono ancora qui (vedi foto)....

Io ne ho abbastanza di questo luogo, e voi? Allontaniamoci.

Viale del Muro Torto è qui.

5 luglio 2013

Via del Corso

Via del Corso (rossa) e via Flaminia (nera)
Via del Corso (rossa) e via Flaminia (nera)
Non sono un esperto di urbanistica, ma appare abbastanza evidente che moltissimi centri storici in Italia, quando non sono stati ricostruiti in tempi recenti, sono caratterizzati da almeno un "corso" principale, una strada "dominante" in cui si incrociano quasi sempre i luoghi degli interessi politici, religiosi e commerciali. In giro per l'Italia troviamo quindi numerosissimi di questi "corsi", come "corso Garibaldi", "corso Cavour", "corso Mazzini".... in pratica sono quei "corsi" su cui tipicamente si va a passeggiare il sabato pomeriggio per fare shopping!
Anche Roma naturalmente ha il suo "corso": il suo nome è proprio "via del Corso", meta del post di oggi di Roma Leggendaria.

Però c'è una piccola stranezza in questo nome: perchè si chiama "via del Corso" e non "Corso 'Tal dei Tali'" come nelle altre città?
La ragione di questa anomalia è il segreto del post di oggi...segreto della cui soluzione ora comincerò a fornirvi degli indizi.

Il primo indizio è che via del Corso originariamente non si chiamava così, infatti non era nemmeno un "corso"; era solo un tratto della via attuale, che era inoltre più stretta e meno rettilinea. Si chiamava "Via Lata". Quindi se il nome attuale non è l'originario, deve essere accaduto qualcosa per farlo modificare. Ma cosa?

La targa all'incrocio con via della Vite
La targa all'incrocio con via della Vite
Secondo indizio: guardiamo via del Corso com'è oggi, su una cartina (vedi mappa sopra): essa è perfettamente rettilinea e allineata con via Flaminia. Delle vie antiche dentro le mura, difficile trovarne una così perfettamente diritta e per un tratto così lungo. Ci appare chiaro che via Flaminia fosse dritta, essendo essa una strada consolare fuori le mura. Invece, dentro la città, era molto più difficile che questo avvenisse: il tessuto urbano non cresceva in modo perfettamente squadrato (neppure oggi lo fa!)...eppure via del Corso sembra proprio tracciata con il righello! Evidentemente è stata prolungata e "raddrizzata" successivamente, eliminando ciò che era di intralcio alla realizzazione di una perfetta linea dritta. E infatti esiste ancora oggi una traccia del "raddrizzamento", che ci porta al terzo indizio.

Percorriamo via del Corso fino grosso modo a metà, all'altezza dell'incrocio con via della Vite. Sull'angolo di un palazzo c'è una targa del 1665 (vedi foto). Essa in latino ci avvisa che Papa Alessandro VII rese la via "...libera e dritta per la comodità pubblica e per ornamento". Infatti. Ma attenzione: nella targa, alla via si dà una qualifica particolare che rappresenta un segreto notevole. Leggetela: "URBIS HIPPODROMUM". Cioè: "l'Ippodromo della città"!
La scossa dei cavalli barberi (stampa, 1868)
La scossa dei cavalli barberi (stampa, 1868)

Esatto: via del Corso si chiama così, ed è stata resa così lineare, non perchè è un "Corso", ma perchè vi avvenivano le "Corse", quelle dei cavalli! E' questo il segreto della via: l'intera via del Corso, nel suo insieme, sebbene non più in funzione, rappresenta probabilmente il più antico ippodromo italiano!

Le corse non erano solo di cavalli, ma sopratutto. Le corse dei cavalli avvenivano lungo via del Corso la sera di ciascuno degli otto giorni che caratterizzavano l'antico carnevale romano, ed erano anzi l'attrattiva principale di ognuna di quelle giornate. E' stato così per tutti i Carnevali (tranne rarissime eccezioni) che si sono susseguiti nei secoli, da prima del 1500 fino a tempi recenti.
Dobbiamo dire che il carnevale di Roma era qualcosa di straordinario: nella sua magnificenza, nelle attività che lo caratterizzavano e nella vera "pazzia" che animava il popolo romano, esso offuscava quello di tutte le altre città d'Italia, Venezia compresa.


La ripresa dei cavalli barberi (B.Pinelli, 1831)
La ripresa dei cavalli barberi (B.Pinelli, 1831)
Le giostre cavalleresche, i giochi, le pubbliche esecuzioni, le stravaganze, i travestimenti, gli eccessi...erano molte le curiosità che caratterizzavano questi festeggiamenti, sarebbe lungo enumerarle qui...ma molti letterati e testimoni illustri nelle varie epoche se ne sono occupati e potete facilmente documentarvi. Qui mi interessa sottolineare che la corsa dei cavalli, che erano della razza berbera, rappresentava, ogni giorno del carnevale, l'apoteosi. I cavalli venivano "scossi" a Piazza del Popolo con della pece bollente (vedi stampa sopra), percorrevano al galoppo e senza fantino tutta via del Corso, travolgendo spesso la folla impazzita che si assiepava ai lati della pista. All'arrivo, presso piazza Venezia, alcuni giovani si esibivano nella pericolosa "ripresa" del cavallo (vedi stampa a destra).
E' chiaro che ogni corsa provocava quasi sempre feriti, e spesso anche morti, ma a tutto questo non si dava mai grande peso, nel clima di gioiosa follia che caratterizzava l'intero carnevale romano!

L'ultima vittima della corsa però dovette impressionare particolarmente re Vittorio Emanuale II, che stava assistendo allo spettacolo. Alla vista della morte del giovane ragazzo egli decise infatti di far abolire per sempre la corsa dei cavalli. Siamo nel 1874, e con questo divieto comincia il declino del carnevale romano e, insieme con esso, si perde la memoria del nostro antico...ippodromo segreto.

Via del Corso è qui.

22 giugno 2013

Vicolo della spada di Orlando

Vicolo della spada di Orlando
Vicolo della spada di Orlando

L'aggregato urbano vicino al Pantheon è veramente qualcosa di incredibile, una sorta di miscuglio eterogeneo di antichità e di arte, in un numero talmente elevato, ed in una zona poi non molto estesa, che gli elementi di interesse vanno fin quasi a sovrapporsi fra loro.
Non solo: gli abitanti della zona, i turisti e anche i numerosi giovani romani che girano per queste stradine, con colori, lingue, e stili differenti fanno da contrappunto alla ricchezza di questo luogo, il quale sembra suggerirci: la diversità è ricchezza!

In tutto questo caos che ci confonde e ci rallegra, voglio dirvi che anche le curiosità di questa zona sono numerose: una di queste è quella già descritta della vicina chiesa di S.Ignazio, ma in pochi metri abbiamo materiale per molti altri post futuri di Roma Leggendaria.

Il post di oggi cerca di mettere l'accento su una via che, proprio vicino alla piazza (e forse proprio per questo), non notereste mai: vicolo della spada di Orlando (vedi foto sopra). Ma non è solo il Pantheon a distrarci: questo vicolo in realtà è l'unica via di Roma a non contenere un portone, un numero civico, niente! Però....

La fontanella di vicolo della spada di Orlando
La fontanella del vicolo
 
Guardiamo meglio: c'è una fontanella da un lato, con una targa. La targa ci avvisa che la fontanella non risiedeva originariamente qui, ma è stata spostata per questioni di viabilità. E' una fontanella semplice ed elegante (vedi foto), marmorea, della fine del 1500, eseguita forse addirittura su ispirazione di disegni di Michelangelo...ma siamo a Roma: nulla di particolare!
E poi c'è, più avanti, il resto consunto del busto di una colonna che emerge da un muro. E' una rovina dell'antico tempio che l'imperatore Adriano volle far erigere per Matidia, la sua suocera. Altri importanti ritrovamenti del "Tempio della suocera" sono stati portati a termine in tempi recentissimi 5 metri sotto la vicina piazza Capranica.

Questo già di per sè è un fatto straordinario: vorrei sottolineare che sono passati quasi duemila anni da Adriano, e da allora mai nessuno si è più azzardato a divinizzare una suocera e ad erigerle qualcosa...(chissà perchè!).

Ma in realtà il vero motivo del post di oggi è che questo minuscolo e rovinato pezzo di tempio è legato ad una leggenda.
Il protagonista è Orlando, il famoso paladino dei poemi cavallereschi.
La versione più accreditata della leggenda narra che l'eroe, per qualche motivo sconosciuto, venne in lite con un gruppo di altri uomini proprio in questo vicolo.
La colonna con la frattura provocata dalla spada
La colonna con la frattura provocata dalla spada
Dopo pochi minuti, sebbene in numero superiore, gli oppositori di Orlando si diedero alla fuga, grazie alle capacità del paladino e della sua leggendaria e infrangibile spada Durlindana.
Ma prima della conclusione del combattimento, si narra che la spada fu talmente tagliente e i colpi di Orlando talmente violenti che un fendente schivato da uno dei suoi oppositori finì sul busto della colonna che oggi vediamo qui, lasciandone una profonda incisione.
Da questa antica leggenda deriva il nome di questo vicolo.

E se vediamo la colonna...vediamo ancora la spaccatura provocata dalla spada.

Vicolo della spada di Orlando è qui.