16 marzo 2010

La Galleria Prospettica

Ritratto di Borromini (anonimo)
Ritratto di Borromini (anonimo)
Già in altri contesti abbiamo parlato di come uno degli aspetti del Barocco è quello di "stupire", di ingannare gli occhi, di coinvolgere lo spettatore con effetti decorativi e di movimento. Certo, non tutte le opere barocche possono avere gli effetti strabilianti che abbiamo trovato nella chiesa di S.Ignazio di Loyola...ma certamente girando per Roma possiamo trovare molti altri esempi veramente interessanti.
Quello di cui questa volta voglio parlarvi riguarda un corridoio veramente particolare della prima metà del 1600, opera del grande ed estroso architetto Francesco Borromini (vedi foto), e che si trova all'interno di Palazzo Spada. Dobbiamo ricordare che la galleria Spada ospita un'importante raccolta di pitture, sopratutto del 1700, sculture e arredi antichi, e l'ingresso costa molto poco...ma in realtà per vedere il corridoio di cui vi voglio parlare non è necessario neppure entrare nella pinacoteca e pagare il biglietto, basta semplicemente accedere negli orari di apertura della galleria all'ingresso del palazzo, a piazza Capo di Ferro 13.

Oltrepassato l'ingresso del palazzo, sulla sinistra, oltre la vetrata, potete vederla: ecco a voi la famosa "Galleria Prospettica".
La galleria prospettica del Borromini
La galleria prospettica del Borromini

Ma cos'ha di tanto speciale questa galleria? (vedi foto)

Dovreste essere fortunati, come lo sono stato io, per assistere al passaggio di qualche custode all'interno di questo corridoio (o forse chiedergli gentilmente se egli lo attraversi per voi?).... Basterà che egli compia qualche passo all'interno di esso per far realizzare la magia: camminando all'interno, egli diventerà sempre più grande, e nel giro di soli 3 passi sarà divenuto un gigante alto come i capitelli delle colonne!!

Com'è possibile?

E' questo l'incredibile: l'intera galleria è un formidabile gioco prospettico inventato dal Borromini. La galleria, che sembra lunga circa 30 metri, in realtà ne misura appena 8!
Per operare l'inganno per l'occhio, tutta l'architettura della galleria concorre con una precisione scientifica a creare l'illusione: il soffitto si abbassa , le pareti si avvicinano, i disegni geometrici sul pavimento si deformano, le colonne digradano e si abbassano gradualmente di più di 3 metri! Persino la "grande" statua di Marte in fondo alla galleria, in realtà è una statuetta...di appena 60 cm!

Piazza Capo di Ferro è qui.

21 febbraio 2010

La leggenda di Santa Cecilia

Ho aspettato a lungo una domenica di sole in questo piovoso inverno per fare un giro a Trastevere con la macchina fotografica.
Non poi così lontano dal lieto "caos" del mercato di Porta Portese, c'è Piazza di S.Cecilia. Questa piazzetta è suggestiva e calma, come se i vicini monasteri di suore invadessero lo spazio intorno con un'atmosfera di serenità e di ordine.
Il 'cantharus' per le abluzioni rituali
Il 'cantharus' per le abluzioni rituali

Dalla piazzetta, dirigendosi verso la basilica di S.Cecilia in Trastevere, si entra in questo bellissimo quadriportico settecentesco, al centro del quale troviamo un vaso romano del V secolo, rinvenuto nei sotterranei della chiesa (vedi foto).
Beh, la prima cosa interessante di oggi è proprio questo vaso: è un rarissimo esempio di "cantharus", cioè una vasca per immersione rituale, usata dai primi cristiani. Occorre sapere infatti che è attraverso il "cantharus" che rimane oggi la tradizione di bagnarsi le mani nell'acqua santa quando entriamo in una chiesa!

Ma adesso entriamo in questa antica basilica, tralasciando di esaminare la bella facciata e l'antico (e pendente!) campanile...
L'interno è particolare, pieno di opere d'arte, ma come al solito ometto questi argomenti per dedicarmi agli aspetti "romaleggendareschi"...
La statua di S.Cecilia, di Stefano Maderno (1600)
La statua di S.Cecilia, di Stefano Maderno (1600)
Al centro dell'altare c'è la tomba di santa Cecilia, patrona della musica. Sulla tomba c'è la statua della santa, opera di Stefano Maderno, una statua veramente magnifica, da molti considerata la più bella scultura di Roma (ma la lotta qui è davvero ardua!). Evitando di entrare in queste classifiche (che non hanno molto senso), notiamo però che è un'opera particolare, in quanto la posizione del soggetto raffigurato è assai stravagante (vedi foto). Come mai? Per saperlo, dovremo seguire una leggenda.

Facciamo un passo indietro nel tempo, al 220 d.C.. Siamo nei primissimi anni del cristianesimo, e come sappiamo a quel tempo il nuovo culto era proibito e perseguitato. La leggenda narra che la giovane e nobile romana Cecilia, convertita alla nuova fede, non la rinnega ma anzi la diffonde, e per questo motivo è imprigionata e uccisa. Dapprima si cercò di ucciderla tentando di soffocarla con i vapori di un calidarium, quindi subì la decapitazione. La leggenda narra che papa Urbano I seppellì la santa nelle catacombe di S.Callisto; inoltre, proprio sulla casa di Cecilia, luogo del martirio, edificò una chiesa a lei dedicata.
Passano circa 600 anni, siamo nel 820 d.C. e il cristianesimo si è ormai affermato. Papa Pasquale I ha in sogno la visione di Santa Cecilia che gli indica il luogo esatto in cui è stata seppellita. Il papa fa eseguire degli scavi, trovando effettivamente la salma, che tra l'altro è miracolosamente intatta. Fra lo stupore generale la salma della santa è deposta nella "sua" chiesa, che nel frattempo è fatta riedificare.
Fin qui la leggenda.

Passano ulteriori 8 secoli...stavolta siamo nel 1599: la salma che la tradizione vuole sia quella di Santa Cecilia viene riesumata, e gli illustri studiosi presenti all'operazione constatano che il corpo presente, con il profondo taglio sul collo corrispondente proprio a quanto descritto nell'antica leggenda del martirio, dopo quasi 1400 anni, è ancora miracolosamente intatto!
Le mani della statua di Santa Cecilia, che alludono al mistero della Trinità
Le mani della statua di Santa Cecilia
Il miracolo fece grande scalpore a Roma, e il Maderno fu incaricato di eseguire una statua che ritraesse il corpo della santa esattamente nella posizione in cui fu rinvenuto. Ecco il motivo della "strana" posizione della statua.

Notate le mani (vedi foto): indicano 3 ed 1...cioè il mistero della Trinità.

Incredibile come spesso, leggende come questa, aprano degli spiragli agli studiosi e agli archeologi: scavi eseguiti all'inizio del 1900 nei sotterranei della chiesa portarono alla luce i resti di una casa nobile romana del II sec. d.C, guarda caso dotata di calidarium...la casa di Santa Cecilia!

Piazza di S.Cecilia è qui.

8 febbraio 2010

La leggenda della Fornarina

'La donna velata' (Palazzo Pitti, Firenze)
'La donna velata' (Palazzo Pitti, Firenze)
Se avete letto il post sulla 'Testa monocroma', sapete che all'inizio del 1500 il giovane Raffaello Sanzio, già molto famoso, era stato incaricato di affrescare la villa di Agostino Chigi a via della Lungara (zona Trastevere), quella che oggi chiamiamo "Villa Farnesina".
Chi conosce l'arte meglio di me, sa bene che da quel periodo in poi, nei vari dipinti e affreschi che Raffaello produce, la figura femminile "protagonista" delle sue opere appare rappresentata sempre nello stesso modo, e diversamente dal periodo precendente, come se l'ideale della bellezza femminile per Raffaello si fosse improvvisamente consolidato in quelle nuove caratteristiche.
Si vedano ad esempio la "Madonna sistina" (Dresda, Gemaldegalerie), la "Donna velata" (vedi foto a destra), la "Madonna della seggiola" (Firenze, Palazzo Pitti)...

Una romantica leggenda romana dà una spiegazione a questo fatto: si racconta infatti che Raffaello, durante una pausa nei lavori di Villa Farnesina, si trovasse lì vicino, a via di S.Dorotea e, volgendo lo sguardo verso l'alto, notasse una bellissima ragazza affacciata ad una finestra, intenta a pettinarsi i capelli. Egli, vedendola, se ne innamorò, e da quel momento in poi pretese sempre quella ragazza come modella per le sue opere.
La ragazza, che la tradizione vuole chiamata Margherita Luti (o Luzi), era la semplice figlia di un fornaio, e per questo era soprannominata da tutti "la fornarina".

Mi fa abbastanza piacere pensare all'idea che in molte chiese a Roma la gente va a pregare sotto l'immagine della Madonna... mentre è in realtà raffigurata l'umile figlia di un fornaio!

'La Fornarina' (Galleria Barberini, Roma)
La Fornarina
Esiste un quadro molto famoso di Raffaello, recentemente restaurato, che è visibile a Roma, si intitola appunto "la Fornarina", presso la galleria Barberini (vedi foto a sinistra).
Dal restauro di tale quadro, e da un rinnovato interesse verso la vita del pittore urbinate, sono emerse nuove ricerche e nuove ipotesi circa questa leggendaria donna, dapprima ritenuta frutto solo della fantasia popolare, mentre adesso alcuni ritengono realmente esistita e con un ruolo anche rilevante nella (breve) vita dell'artista.

Oggi, complice forse anche la possibilità di fotografare sempre e comunque e con poca spesa, siamo abituati ad un consumo "usa e getta" delle immagini, e riusciamo con molta più difficoltà a cogliere la valenza dei "simboli", delle metafore, insomma...dei "rebus" nascosti dietro le immagini.
D'altro canto, grandi artisti come Raffaello, ben consci del valore delle loro opere, si arrovellavano mesi, anche anni, dietro alla costruzione di figure che non dovevano rappresentare semplicemente la realtà, ma dovevano piuttosto nutrire l'intelletto. Il risultato quindi era che l'opera forniva molte, molte più informazioni della realtà, informazioni magari veramente ben nascoste.

'La Fornarina', particolare del gioiello con la perla
La Fornarina, particolare del gioiello con la perla
Ad esempio, il quadro della Fornarina, apparentemente un grazioso ma semplice ritratto, nasconde molte informazioni intriganti. Eccone una.
Qui, come in altri quadri simili, la Fornarina compare con un gioiello alquanto inconsueto per il tempo e per la sua collocazione, cioè una perla sulla fronte (vedi foto del particolare). Perchè?
Beh...Raffaello, come Michelangelo, come Leonardo, come pure faceva il Petrarca (il suo poeta preferito) nel campo della poesia, sta nascondendo il nome della sua amata...e lo sta collocando proprio sulla fronte...in latino infatti "perla" è "margarita"!

La finestra della Fornarina, a via S.Dorotea n.20
La finestra della Fornarina a via di S.Dorotea
Ma andiamo a via di Santa Dorotea n.20, dove avvenne il "primo incontro". Guardate in alto, come fece Raffaello...nessuno la noterebbe mai senza saperlo, ma c'è una finestra diversa dalle altre, a sesto acuto, di foggia arcaica...
E sì, è la "finestra della Fornarina": sono passati i secoli, ma per amore di questa leggenda hanno lasciato questa finestra uguale a com'era quando si affacciò Margherita...
Da allora, le trasteverine godono la fama di essere le più belle fra le romane.

Via di Santa Dorotea è qui.

30 gennaio 2010

La leggenda del ponte Fabricio

Il ponte Fabricio
Il ponte Fabricio
Alla domanda di quale sia il ponte più antico di Roma, di solito si fa riferimento al Ponte Milvio, che esisteva già nel 200 a.C., o al ponte Sublicio, addirittura del 600 a.C,  ma non si considera però che tali ponti erano originariamente in legno, e che furono fatti più volte ricostruire, in tutto o in parte. L'ultima volta ad esempio il ponte Milvio fu fatto (in parte) saltare da Garibaldi nel 1849 per ostacolare l'avanzata delle truppe francesi.
Il ponte Fabricio invece, (vedi foto) che è uno dei due ponti che collega la città con l'isola Tiberina, esiste, ma sopratutto "resiste" integro da più di 2000 anni. Si può ben dire, quindi, che fra i ponti che si sono mantenuti nella loro struttura originaria, è il più antico di Roma (e forse del mondo).


Una delle arcate del ponte Fabricio con la scritta romana
Una delle arcate del ponte Fabricio con la scritta romana
Il ponte Fabricio deve il suo nome a Lucio Fabricio, il curatore romano delle strade, il cui nome ancora campeggia su una delle arcate (vedi foto).
Bisogna sapere che l'attraversamento del Tevere, fino in tempi relativamente recenti, non era cosa così banale come oggi: i ponti non erano molti, e le piene ricorrenti del fiume mettevano a dura prova la stabilità di quei pochi.
La gestione e il mantenimento dei ponti era quindi un compito di vitale importanza strategica e coloro che se ne occupavano, nella Roma antica, erano personalità illustri e rispettatissime. Essi si investivano spesso anche di un potere sacro e operavano le ritualità necessarie ad ottenere il favore degli dèi. Oggi ne abbiamo traccia nella stessa parola "pontefice", che deriverebbe da "pontem facere", cioe: il pontefice era il "costruttore di ponti"!

Per i romani il ponte Fabricio è anche noto come il "ponte quattro capi", e questo a causa della seguente leggenda.
Si dice che verso la fine del 1500, quando Sisto V decise di far restaurare il nostro ponte, assegnò tale compito a quattro architetti. Essi, nell'arco del periodo necessario a svolgere l'incarico assegnatogli, diedero prova di grande scandalo a causa dei loro continui litigi per futili motivi e della perenne discordia che li animava.

Una delle 2 erme quadrifronti della leggenda del ponte
Una delle 2 erme quadrifronti della leggenda del ponte
Ma Sisto V, in quanto a punizioni, sappiamo che aveva davvero la mano pesante (ricordardiamoci, ad esempio, la sorte che attendeva coloro che osavano parlare durante l'erezione dell'obelisco vaticano...). Egli infatti attese pazientemente che i lavori di restauro giungessero al termine, quindi catturò i quattro architetti e li fece giustiziare proprio lì, sullo stesso ponte che essi si erano affaccendati a restaurare.

A titolo di monito, secondo la leggenda, Sisto V fece collocare sul ponte Fabricio due sculture, che rappresentano i volti dei quattro architetti, sculture che sono ancora oggi visibili (vedi foto).
Ciascuna delle 4 teste rivolta sdegnosamente le spalle alle altre tre, nonostante facciano parte di un'unica statua: e così quegli architetti che in discordia sono stati nella vita, ora sono condannati per l'eternità a condividere lo stesso spazio.

Il Ponte Fabricio è qui.

26 gennaio 2010

La Terrina di piazza della Chiesa Nuova

La fontana 'La Terrina' a Piazza della Chiesa Nuova
La fontana 'La Terrina' a Piazza della Chiesa Nuova
Eccoci questa settimana a piazza della Chiesa Nuova, geograficamente collocata lungo corso Vittorio Emanuele II, non molto distante da piazza Navona. In questa piazza i turisti di solito non si soffermano molto, neppure nella maestosa Chiesa Nuova, che è ricca di storia e di cose interessanti. Qui noi troviamo una curiosa fontana...che è l'oggetto della nostra piccola curiosità settimanale, la fontana detta "la Terrina" (vedi foto).
Questa fontana ha una piccola storia da raccontare.

Campo de' Fiori
Campo de' Fiori
Essa, su disegno di Giacomo Della Porta, risale alla fine del 1500, e originariamente non era collocata qui, ma poco distante, a piazza Campo de' Fiori. Più precisamente, era collocata dove ora si trova la famosa statua di Giordano Bruno (vedi foto).

La nostra "Terrina" nel 1600 si presentava abbastanza diversa...La grande vasca, ancora collocata sotto il livello stradale a causa della scarsa pressione dell'acqua vergine (l'acqua di cui abbiamo parlato in un post sulla fontana di Trevi), si presentava senza il "coperchio" che oggi la caratterizza; inoltre per un pò di tempo fu anche decorata con dei bei delfini di bronzo, delfini che nel progetto originario dovevano finire nella parte alta della fontana delle tartarughe (al posto delle attuali tartarughe del Bernini).

Il popolo a Campo de' Fiori usava spesso la nostra fontana per tenere "al fresco" la frutta, la verdura, i fiori e le varie mercanzie dei banchi del mercato, o in alternativa come ricettacolo di rifiuti, e il risultato era davvero poco edificante. Di questo si accorse papa Gregorio XV, che fece "tappare" l'elegante fontana con l'attuale poco gradevole coperchio.
Fu allora che il popolo romano, che sappiamo ormai essere sempre pronto alle battute sarcastiche, prese ironicamente a chiamare la fontana "la terrina", cioè ..."la zuppiera"!
La nuova Terrina a Campo de' Fiori
La nuova Terrina a Campo de' Fiori
Dopo varie peripezie la terrina fu fatta collocare qui, a piazza della Chiesa Nuova, mentre a piazza Campo de' Fiori troviamo di fatto una fontana che non è altro che una copia di com'era una volta la terrina senza il suo coperchio posticcio (vedi foto).

Ma un particolare molto interessante dell'antica terrina non è possibile vederlo nella nuova.

Sappiamo infatti che il povero filosofo Giordano Bruno a Campo de Fiori fu arso vivo...era il 1600, e ci trovavamo in piena Controriforma.
Beh, erano tempi duri per i liberi pensatori, e infatti sulla terrina "originale" un ignoto scalpellino incise una frase:
AMA DIO E NON FALLIRE, FA' DEL BENE E LASSA DIRE MDCXXI

Un tratto della scritta 'AMA DIO E NON FALLIRE, FA' DEL BENE E LASSA DIRE MDCXXI'
Un tratto della scritta sulla terrina
Una frase nient'affatto "leggera": in quel periodo, e in quel luogo, essa doveva interpretarsi come un severo ammonimento, più o meno da intendersi come: "Attento a non dire eresie come altri hanno fatto, o ti troverai contro la Santa Inquisizione"!

La frase è consunta dai secoli...ma cercando cercando...possiamo trovarla ancora oggi, sul coperchio della terrina (vedi foto). Essa è un bell'esempio di testimonianza di un'epoca che, fortunatamente, non c'è più.

Piazza della Chiesa Nuova è qui.

18 gennaio 2010

Le illusioni dentro Sant'Ignazio di Loyola

L'interno della chiesa di S.Ignazio di Loyola
L'interno della chiesa di S.Ignazio di Loyola
Finora entrando nelle chiese di Roma vi ho spesso invitato ad osservare una piccola traccia, qualche piccolo particolare...ad esempio mi viene in mente la colonna dentro S.Maria in Aracoeli. In molti altri casi farò così (correte a comprarvi un cannocchiale!). Oggi invece cercherò di stupirvi con qualcosa di molto, molto grande.
Ci troviamo a piazza S.Ignazio, di fronte alla chiesa di S.Ignazio di Loyola (a destra, l'interno), più o meno a metà strada fra via del Corso e il Pantheon. Questa zona è davvero incredibile: veramente ogni angolo mi fa pensare a qualche idea per un post di "Roma Leggendaria". Ma l'argomento di oggi lo troveremo dentro la chiesa di sant'Ignazio.
Se volete veramente divertirvi, entrando nella chiesa, ricordatevi di seguire il piccolo "itinerario" che ora vi descrivo.
Il soffitto: L'epopea dei Gesuiti (Andrea Pozzo, fine 1600)
Il soffitto: L'epopea dei Gesuiti (Andrea Pozzo, fine 1600)
Appena varcata la soglia guardate con attenzione le geometrie dei marmi sul pavimento: collocatevi proprio al centro della navata centrale, dove queste geometrie formano (...cioè: indicano) un cerchio nel marmo. Ora, guardate in alto. Quello che vedete (vedi foto qui a sinistra) è lo straordinario ed immenso affresco di Andrea Pozzo, fatto alla fine del 1600, che sembra "sfondare" il soffitto, facendolo sembrare il doppio più alto! Esso descrive, in maniera davvero tridimensionale, una sorta di "altra chiesa virtuale", poggiata sopra quella vera.
Il disco di marmo per la visione della cupola
Il disco di marmo per la visione della cupola
Un effetto illusionistico niente male...ma le figure dipinte sul soffitto ("L'epopea dei Gesuiti"), sebbene siano dipinte "3-D", sappiamo che non esistono...e così il cervello (non l'occhio) ci riporta istintivamente al "2-D". Infatti un dubbio resta: le finestre sono vere o disegnate?

La cupola di S.Ignazio di Loyola (Andrea Pozzo, fine 1600)
La cupola di S.Ignazio di Loyola (Andrea Pozzo, fine 1600)
Adesso però, riguardate il pavimento e proseguite un pò più avanti verso l'altare, sempre al centro della chiesa. Troviamo un secondo punto nel marmo (vedi foto a destra), indice che c'è qualcos'altro da vedere. Ma cosa? Se alziamo gli occhi non vediamo nulla di anomalo: le colonne, il soffitto, l'enorme cupola (niente male: sono 17 metri di diametro! vedi foto a destra).
Ora spostiamoci di qualche passo a destra o a sinistra...ehi!!! La cupola, si piega!?!
Infatti: la cupola è disegnata!!! E' un altro dipinto di Andrea Pozzo!

La cupola vista da un altro punto di osservazione
La cupola vista da un altro punto di osservazione
La prospettiva della cupola funziona solo sul suddetto disco di marmo; spostandosi altrove la cupola assume una tracciato "impossibile", rivelando la finzione (vedi foto qui sotto).
Per questa cupola il gioco della prospettiva è veramente impressionante, dal vivo vi assicuro che è difficile non rimanere ingannati.

Eccoci entrati così nel magico mondo del Barocco romano. Ora andate pure avanti da soli, facendo attenzione però...a non sbattere contro qualche parete!

Piazza Sant'Ignazio è qui.

11 gennaio 2010

La porta magica di piazza Vittorio

Oggi parliamo di una fra le mie preferite curiosità romane, un vero gioiello segreto della nostra città.
Facciamo un passo indietro nel tempo. Come sappiamo, prima della nascita del metodo scientifico, e dell'odierna scienza chimica, fioriva l'alchimia, una pseudoscienza in cui si mescolavano conoscenze frutto dell'esperienza, della filosofia, dell'arte, ma anche della superstizione, dell'astrologia, dell'esoterismo. Gli alchimisti erano una sorta di moderni stregoni, le loro conoscenze di solito erano tenute segrete, o venivano svelate ad una ristretta cerchia di adepti o di illuminati.

La porta magica di piazza Vittorio
La porta magica di piazza Vittorio
Siamo nel 1680. In questo periodo, l'odierna Piazza Vittorio Emanuele II, a due passi dalla Stazione Termini, era un semplice tratto di campagna fuori le mura della città, occupato per buona parte dalla tenuta della villa del marchese Massimiliano Palombara dei principi Rosacroce. Il marchese era un raffinato letterato, famoso in Roma come appassionato di occultismo e di esoterismo: egli praticava tali interessi sia in prima persona che ospitando e finanziando richerche di altri presso il laboratorio presente nella sua villa. In particolar modo, il giardino della villa, da cui forse si accedeva al suo laboratorio, era nei suoi particolari interamente pensato in chiave simbolica: l'accesso a tale piccolo parco doveva fra le altre cose essere inteso come l'ingresso ad una conoscenza superiore e metafisica.
Le scritte e i simboli sulla parte alta della porta magica
Le scritte e i simboli sulla parte alta della porta magica
La leggenda racconta che uno degli ospiti del marchese, nel corso dei suoi studi, riuscì in ciò che era stato per secoli uno dei principali obiettivi dell'alchimia: trasformare il piombo in oro. Lo studioso fece presto perdere le sue tracce, ma lasciò la "ricetta" in alcuni suoi appunti che, però, risultarono incomprensibili al marchese, essendo scritti utilizzando, come era consuetudine fra gli alchimisti, arcane metafore e rebus difficili da decifrare. Il marchese, nel tipico stile che lo caratterizzava, pensò bene che ciò che per lui era stato incomprensibile, poteva essere facilmente interpretato da qualcun altro. Per questo motivo egli decise di "pubblicare la ricetta" sulla porta di ingresso del giardino della sua villa, cioè sulla cosidetta "porta magica", o "porta alchemica".

Ebbene, ora la villa e il giardino non esistono più, ma la porta magica è ancora là, incastonata in un muro dei giardini di Piazza Vittorio, e rappresenta uno dei pochi monumenti alchemici esistenti al mondo. Purtroppo essa è dietro un alto recinto nel regno dell'abbandono, e davvero solo i numerosi gatti della zona possono ammirarla da vicino, ma essa reca ancora incise le misteriose e affascinanti frasi e gli ermetici simboli.

Le scritte sul gradino della porta magica
Le scritte sul gradino della porta magica
Per gli appassionati di enigmistica come me: fra le numerose intriganti incisioni, personalmente adoro la frase sul gradino (vedi foto), per chi oltrepassa la porta: "Si sedes non is" (cioè: "Se ti siedi, non avanzi"): leggendola al contrario, cioè da destra a sinistra, rivoltandola (e quindi in pratica....uscendo), ottieni: "Si non sedes is" (cioè: "Se non ti siedi, avanzi").
E allora seguiamo il consiglio e non sediamoci, andiamo avanti a pensare, perchè magari qualcuno fra noi...risolverà l'enigma.

Piazza Vittorio Emanuele II è qui.

4 gennaio 2010

La fonte dell'acqua acetosa

La fontana dell'acqua acetosa
La fontana dell'acqua acetosa
L'aumento demografico e il crescente fenomeno dell'urbanizzazione hanno portato Roma negli ultimi decenni ad espandersi senza alcun freno. I romani sanno bene che quei quartieri che solo 10 anni fa erano considerati "periferici" ora non lo sono più, ed il fenomeno non sembra conoscere sosta.

Alla luce di questo fatto potete comprendere come la meta di oggi, relativamente vicina al centro storico, era fino ad inizio 1900 considerata "aperta campagna" ed addirittura meta di gite e passeggiate naturalistiche. Stiamo parlando della Fonte dell'Acqua Acetosa, nella via omonima (vedi foto sopra), vicino viale dei Parioli.

L'acqua era detta "acetosa" in quanto aveva un vago e piacevole sapore d'aceto, e fino alla metà del 1900 era considerata fra le migliori acque litiche d'Italia.
Epigrafe sulla fontana, di Papa Paolo V, 1613
Epigrafe sulla fontana, di Papa Paolo V, 1613
Ma i benefici di quest'acqua erano già noti dal 1600, come dimostrano le epigrafi sulla fontana ("Questa acqua salubre è medicina dei reni, dello stomaco, della milza e del cuore ed è utile per mille malattie", vedi foto). I benefici di quest'acqua erano tali da giustificare non solo la gita alla fonte, ma addirittura un mestiere a parte: l'"acquacetosaro", cioè colui che si caricava di acqua acetosa con un carretto o un animale, rivendendola poi nella città...in pratica, una sorta di distributore portatile di acqua minerale!
Ahimè...a causa dell'inquinamento l'acqua acetosa non esiste più, e l'acqua che oggi sgorga dalla fonte non è più l'"originale", ma l'acqua virgo (di cui abbiamo già parlato su un post sulla Fontana di Trevi).


La fontana in un'incisione di G.B.Falda (1691)
La fontana in un'incisione di G.B.Falda (1691)
La salubrità dell'acqua e la natura incontaminata che faceva da contorno (vedi incisione) rendeva questo luogo certamente molto piacevole e romantico, tanto che fu teatro di una storia d'amore.
I due innamorati furono nientemeno che il principe ereditario Ludovico I di Baviera e la bellissima marchesa Marianna Florenzi. Si dice che il principe stesso, innamorato di Roma e della giovane ragazza, fece quanto in suo potere per addolcire ulteriormente questo luogo che era il teatro dei loro incontri. Chiaramente la storia finì male a causa della "ragion di stato"...il principe doveva tornare in patria essendo erede al trono, ma sembra che una tenera amicizia fra i due non ebbe mai fine e che Ludovico I conservasse per Roma e per questo luogo un affetto speciale.

La scritta in lingua tedesca sotto uno dei due sedili del muro esterno della fontana
La scritta in tedesco sotto uno dei due sedili della fontana
Di questo amore è oggi rimasta una piccola traccia segreta: un'incisione, visibile sotto una delle panchine sulla parete esterna (vedi foto), è in lingua tedesca, una lingua che in questo contesto apparirebbe ai più quantomeno fuori luogo. Essa, tradotta, dice: "Ludovico, principe ereditario di Baviera, ha fatto mettere qui questi sedili e questi alberi" (e potremmo sottointendere: "...per conquistare la sua bella").

La fontana dell'Acqua Acetosa, recentemente restaurata, è qui.